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Come cambiare commercialista: dalla revoca del mandato alle comunicazioni necessarie

Hai deciso di cambiare Commercialista?

Qualunque sia il motivo che ti spinge a cambiare commercialista, ti comunichiamo che puoi farlo in qualsiasi momento.  Infatti il mandato conferito al Commercialista può essere revocato in qualsiasi momento senza obbligo di motivazione. Pertanto cambiare Commercialista è una missione possibile?

Cambiare commercialista è una fase delicata. Ti spieghiamo come farlo nel modo corretto?

Tutti i dettagli: dalla revoca del mandato alle comunicazioni necessarie per cambiare Commercialista.

Nel momento in cui si prende la decisione di cambiare commercialista è necessario fare alcuni passi e prestare attenzione ad alcune cose per evitare problemi con il vecchio professionista o contestazioni con la stessa amministrazione finanziaria.

La revoca del mandato 

Bisogna verificare prima di tutto se il mandato è firmato oppure vi è un accordo verbale.

Nel primo caso bisogna verificare i termini previsti per il recesso onde evitare il pagamento delle penali.

Nella lettera, che deve essere spedita con raccomandata A/R per cambiare commercialista: è opportuno che venisse specificato, che tutti gli adempimenti e le dichiarazioni fiscali rimangono a suo carico, cosa che non sempre è scontata.

Resta inteso poi che con la revoca per cambiare commercialista dovranno essere riconsegnati i registri contabili, i registri IVA, e tutta la documentazione fiscale e tributaria.

Offriamo il servizio cambio Commercialista. In cosa consiste?

  • mandiamo la raccomandata al tuo vecchio commercialista
  • ci interfacciamo per recuperare i documenti contabili e fiscali

Scopri le nostre tariffe e richiedi un preventivo al seguente link

 

Ecco di seguito un fac simile lettera revoca mandato commercialista.

Nostro Nome e Cognome
Indirizzo

Nome cognome commercialista/studio
Indirizzo

Gent.le sig. XXXXXXXXX,

con la presente si comunica di voler recedere dal contratto con voi stipulato e quindi di non voler più usufruire, dal ___________, dei servizi offerti dal vostro studio: contabili, fiscali e tributari.

Tutte le dichiarazioni fiscali ed adempimenti relativi all’anno in corso restano di Vostra competenza, ma la preghiamo di sospendere ogni prestazione a favore della mia impresa dal 31/12/20XX, ed altresì la invitiamo a consegnare tutti i registri contabili, registri IVA, nonché tutta la documentazione fiscale e tributaria in Vostro possesso al seguente professionista _______________(oppure allo scrivente).

 

Vorrei chiedervi se il datore di lavoro può effettuare una modifica dell’orario di lavoro  liberamente. È possibile modulare l’orario
unilateralmente o occorre obbligatoriamente il consenso anche del datore di
lavoro?

Prima di rispondere al quesito posto, vale la pena specificare che la
modulazione dell’orario di lavoro da parte del datore di lavoro è differente a
seconda del tipo di lavoro in essere, ossia:
1. se si tratta di lavoro part-time, scattano tutte quell’insieme di nuove
norme introdotte dall’art. 4-12 del D.Lgs. n. 81/2015, e quindi entrano
in gioco le clausole flessibili che disciplinano le modalità attraverso le
quali la distribuzione dell’orario di lavoro può avvenire;
2. differente è il caso del lavoro a tempo pieno. In quest’ultimo caso non
esiste una norma specifica, ma esiste un noto principio generale che
da un lato assegna al datore di lavoro l’attribuzione di determinare
l’orario di lavoro (ciò avviene unilateralmente all’atto della costituzione
del rapporto di lavoro mettendolo per iscritto nel contratto). 

I principi generali riconoscono dunque al datore di lavoro la possibilità di
mutare l’orario di lavoro unilateralmente purché tale modifica sia sorretta e
giustificata da esigenze organizzative ed oggettive connesse appunto
all’organizzazione e produzione del lavoro.

In caso contrario, tale potestà del datore di lavoro non può diventare arbitrio.

Quindi, la risposta al quesito posto è affermativa ma con un distinguo:
 il datore di lavoro può mutare l’organizzazione e la distribuzione
dell’orario di lavoro, ma tale mutamento deve essere giustificato da
ragioni oggettive connesse alla produzione e alla organizzazione del
lavoro e non già a mere determinazioni arbitrarie dello stesso datore di
lavoro.

Comunicato Stampa 26 luglio 2017 n. 131
Ministero dell’Economia e delle Finanze
Proroga al 20 agosto anche per i versamenti di imposta dei lavoratori autonomi
Dal 21 luglio 2017 al 20 agosto 2017 anche i lavoratori autonomi potranno effettuare i versamenti delle imposte con una lieve maggiorazione, a titolo di interesse, pari allo 0,40 per cento. Il nuovo termine verrà formalizzato con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze che sarà firmato nei prossimi giorni. Il DPCM uniformerà il trattamento tra titolari di reddito di impresa e titolari di reddito di lavoro autonomo.
In dettaglio, i versamenti interessati dalla nuova scadenza sono quelli derivanti dalla dichiarazione dei redditi, dalla dichiarazione Irap e dalla dichiarazione in materia di imposta sul valore aggiunto di imprenditori e lavoratori autonomi.
Con un altro DPCM, in dirittura d’arrivo, viene prorogato, al 31 ottobre 2017 il termine per la presentazione della dichiarazione dei sostituti d’imposta (modello 770) e delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di Irap

A Settembre 2016 ho effettuato una ristrutturazione edilizia di un immobile; non ero  a conoscenza della possibilità di usurfruire della detrazione fiscale ristrutturazione immobili pertanto ho pagato tramite assegni bancari. Il C.a.f. al quale mi sono rivolto insiste che doveva essere effettuato un bonifico parlante e che sarei tenuto a ripetere il pagamento tramite bonifico per la ristrutturazione edilizia e in accordo con il fornitore farmi restituire quanto pagato tramite gli assegni. Purtroppo la ditta fornitrice si rifiuta di restituire quanto versato anche qualora dovessi anticipare il bonifico.

E’ corretto quanto detto dal C.A.F.? Non c’è altro modo pe recuperare la detrazione per la ristrutturazione edilizia?

Quanto affermato dal C.A.F. è  corretto, tuttavia è opportuno chiarire la normativa relativa alla ristrutturazione edilizia. Le disposizioni generali in materia di detrazioni per interventi di ristrutturazione edilizia prevedono che “Il pagamento delle spese detraibili è disposto mediante bonifico bancario o postale dal quale risulti:
la causale del versamento,
il codice fiscale del beneficiario della detrazione ed il numero di partita IVA
ovvero il codice fiscale del soggetto a favore del quale il bonifico è effettuato”.

Lo stesso è finalizzato al rispetto delle disposizioni contenute nel D.L. 78/2010 che ha introdotto l’obbligo di operare una ritenuta all’atto dell’accredito dei pagamenti disposti con bonifici relativi a spese detraibili. In particolare, l’articolo 25 del citato decreto prevede che “a decorrere dal 1° luglio 2010 le banche e le Poste Italiane S.p.A. operano una ritenuta pari all’ 8% a decorrere dal 1° gennaio 2015 a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dai beneficiari, con obbligo di rivalsa, all’atto dell’accredito dei pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare di oneri deducibili o per i quali spetta la detrazione d’imposta”.

La detrazione non è riconosciuta in caso di effettuazione di pagamenti secondo modalità diverse da quelle sopra richiamate. Fa da sé che ai fini della richiesta del beneficio fiscale è necessario che i pagamenti siano dunque effettuati con apposito “bonifico parlante”.

Quanto appena detto è stato oggetto di intervento con la circolare 43 del 18/11/2016 con la quale l’Agenzia ritiene tale preclusione ormai superata nei casi in cui:
vi sia stata una errata compilazione del bonifico;
non sia possibile ripetere correttamente il pagamento;
risulti comunque soddisfatta la finalità della norma agevolativa, tesa alla corretta tassazione del reddito derivante dalla esecuzione delle opere di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica.

L’agevolazione per la ristrutturazione edilizia viene dunque riconosciuta anche in presenza di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio del beneficiario dei pagamenti, che attesti che i corrispettivi accreditati a suo favore sono stati inclusi nella contabilità dell’impresa ai fini della loro concorrenza alla corretta determinazione del reddito del percipiente. Per cui nel suo caso specifico l’unica via percorribile ai fini della richiesta della detrazione è quella di richiedere al fornitore la documentazione sopra citata. Tale documentazione dovrà essere esibita dal contribuente che intende avvalersi della detrazione al professionista abilitato o al CAF in sede di predisposizione della dichiarazione dei redditi o, su richiesta, agli uffici dell’amministrazione finanziaria.

Premessa – Il Legislatore con alcune disposizione normative contenute nel D.L n. 50/2017 ha ridotto ad euro 5.000 (da euro 15.000) il limite massimo oltre il quale, per poter compensare i crediti relativi ad IVA, imposte dirette, IRAP e ritenute alla fonte (di qualunque tipologia), i contribuenti hanno l’obbligo di far apporre il visto di conformità sulle dichiarazione da cui i crediti stessi emergono, ovvero, in alternativa, per i contribuenti di cui all’articolo 2409-bis c.c., di far sottoscrivere la dichiarazione dai soggetti che esercitano il controllo contabile.

La violazione del predetto obbligo comporta il recupero (a mezzo atto di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate) del credito impropriamente utilizzato, oltre che degli interessi e l’applicazione delle dovute sanzioni.

Inoltre, per i soggetti titolari di partita IVA, è stato istituito l’obbligo di utilizzare i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate qualora essi intendano compensare, per qualsiasi importo, crediti d’imposta. Dunque, in presenza di crediti compensati, il modello F24 dei predetti soggetti, potrà essere presentato solo telematicamente attraverso i canali telematici dell’Agenzia delle Entrate (non è più possibile farlo attraverso i servizi di home banking).

I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate – Con riferimento a quanto detto in premessa e con particolare riguardo alla decorrenza delle novità, l’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 57/E pubblicata ieri, ha chiarito che le news entrano in vigore a decorrere dal giorno stesso della pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, ossia dal 24 aprile 2017.

In particolare, l’Amministrazione Finanziaria ha chiarito che le nuove norme trovano applicazione per tutti i comportamenti tenuti dopo la loro entrata in vigore e, pertanto, alle dichiarazioni presentate dal 24 aprile 2017. A tal proposito è stato, pertanto, precisato che:

  • per le dichiarazioni già presentate prima del 24 aprile (esempio Modello IVA/2017) prive del visto di conformità, restano applicabili i precedenti vincoli, quindi, non possono essere scartate le deleghe di pagamento che, pur presentate successivamente al 24 aprile, utilizzano in compensazione crediti emergenti da dichiarazioni già trasmesse per importi inferiori a euro 15.000;
  • per le dichiarazioni non ancora presentate alla data del 24 aprile 2017, ad esempio Modello IVA 2017 presentato con ritardo non superiore a 90 giorni o dichiarazioni integrative da presentare ai sensi degli articoli 2 e 8 del D.P.R. n. 322 del 1998; è necessario apporre il visto di conformità qualora si intenda compensare crediti superiori ad euro 5.000, valgono quindi i nuovi limiti.

Infine, nella Risoluzione in commento, è affermato che, il controllo in merito all’obbligo, per i titolari di partita IVA, di utilizzo dei canali telematici dell’Agenzia delle Entrate in presenza di F24 con crediti utilizzati in compensazione, inizierà a partire dal 1° giugno.

fonte: fiscal focus

Il nuovo regime di cassa, obbligatorio dal 1° gennaio 2017 per le imprese minori, è un regime “naturale”: l’ingresso nel regime non è subordinato ad una manifestazione di volontà del contribuente. L’uscita dal regime di cassa, invece, può avvenire per superamento dei limiti imposti dalla legge, ovvero in caso di opzione per il regime ordinario. L’opzione si esercita per comportamento concludente, dandone comunicazione con il quadro VO della dichiarazione IVA. Con la circolare n. 11/E del 2017, l’Agenzia delle Entrate fornisce alcune indicazioni sulle modalità di entrate o uscita dal nuovo regime.

Nel fornire risposta ai molti dubbi sollevati dagli operatori del settore in merito al nuovo regime di cassa introdotto dalla legge di Bilancio 2017, la circolare n. 11/E/2017 dell’Agenzia delle Entrate, analizza anche la casistica dell’entrata e dell’uscita dal “nuovo” regime per le imprese minori con riferimento al regime di cassa.
Il regime di cassa rappresenta il regime naturale dei soggetti che esercitano un’attività di impresa e che siano in possesso dei requisiti previsti. La normativa fiscale prevede che sono ammessi alla contabilità semplificata, a partire dall’anno successivo, i seguenti soggetti:
– persone fisiche che esercitano imprese commerciali ai sensi dell’art. 55 TUIR;
– imprese familiari e aziende coniugali;
– società di persone commerciali (società in nome collettivo e società in accomandita semplice);
– società di armamento e società di fatto;
– enti non commerciali, con riferimento all’eventuale attività commerciale esercitata,
qualora i ricavi “percepiti in un anno intero, ovvero conseguiti nell’ultimo anno di applicazione dei criteri previsti (ex art. 109, comma 2, TUIR) non abbiano superato l’ammontare di 400.000 euro per le imprese aventi per oggetto prestazioni di servizi, ovvero di 700.000 euro per le imprese aventi per oggetto altre attività” (i ricavi sono quelli indicati agli articoli 57 e 85 TUIR).
L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 11/E, evidenzia che l’ingresso nel regime non è subordinato ad una manifestazione di volontà del contribuente. La norma, infatti, prevede che i soggetti che intraprendono l’esercizio di un’impresa commerciale, qualora ritengano di percepire ricavi per un ammontare, ragguagliato ad anno, non superiore ai limiti stabiliti indicati in precedenza per l’applicazione del regime (400.000 euro per le imprese con prestazioni di servizi e 700.000 per le altre attività), possono per il primo anno tenere la contabilità semplificata.
Tale possibilità non è subordinata ad alcuna comunicazione all’Amministrazione finanziaria.

Comportamento concludente anche per i forfetari

Nel documento di prassi, l’Agenzia delle Entrate afferma che possono accedere al regime di cassa anche i soggetti il cui regime naturale è quello forfetario. Tali contribuenti, che comunque posseggono i requisiti previsti dalla normativa vigente per applicare il regime in parola, devono a tal fine esprimere una specifica opzione: ciò avviene, nel rispetto della regola generale stabilita dal D.P.R. n. 442/1997, mediante comportamento concludente e successiva comunicazione nella dichiarazione annuale IVA.
Per le Entrate, in sostanza, il regime effettivamente prescelto si evince dalla sua concreta applicazione.

Uscita dal regime di cassa

L’uscita dal regime di cassa avviene per superamento dei limiti imposti dalla normativa suindicata (comma 1, dell’articolo 18, del DPR 600/1972), ovvero per opzione per il regime ordinario.

Da quando ha effetto l’opzione

L’opzione per la contabilità ordinaria, con vincolo triennale ha effetto dall’inizio del periodo di imposta nel corso del quale la scelta è effettuata fino a quando non è revocata, e si esercita per comportamento concludente, dandone comunicazione con il quadro VO della dichiarazione IVA.
Alla stessa comunicazione sono tenuti i soggetti che adottano il regime di contabilità semplificata ed esercitano l’opzione prevista.
Quanti, effettuando solo operazioni esenti, sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione annuale IVA, comunicano l’opzione presentando il quadro VO unitamente alla dichiarazione dei redditi.

In conclusione

I dubbi in merito alle modalità di entrata e uscita da parte del soggetto che di “diritto” entra nel nuovo regime di cassa dal 1° gennaio 2017 sono stati risolti, da parte dell’Agenzia delle Entrate, richiamando la stessa normativa contenuta nell’art. 18, D.P.R. n. 600/1973 prevista per i soggetti in contabilità semplificata.
Qualche perplessità rimane, poiché la novità normativa introdotta dal legge di Bilancio 2017 – che obbliga le imprese minori a determinare il reddito in base al principio di cassa in maniera simile, ancorché con regole opportunamente adattate all’impresa, a quello già utilizzato dai lavoratori autonomi – non viene trattata dalla circolare n. 11/E/2017 con esempi relativi alle diverse casistiche particolari che si sono prospettate in questi mesi.
Nella circolare, nonostante lo sforzo profuso dall’Agenzia delle Entrate nello spiegare una norma che presenta ancora molte lacune normative, sono affermati principi che già erano a conoscenza degli operatori del settore e applicati da tempo per i regime semplificati e ordinari

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voucher baby sitting

I voucher baby sitting autorizzati a favore delle lavoratrici che rinunciano al periodo di congedo facoltativo per maternità sono utilizzabili fino al 31 dicembre 2018 o comunque fino ad esaurimento delle risorse. La richiesta di fruire del beneficio deve essere presentata all’INPS esclusivamente in via telematica tramite PIN dispositivo oppure tramite patronato. In particolare, la lavoratrice per accedere al servizio deve essere dotata di PIN o di CNS (Carta Nazionale dei Servizi) o SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale). Quali sono le fasi della procedura a seguito dell’accesso al sistema operativo INPS?

I voucher sono definitivamente abrogati e con essi tutta la normativa di riferimento. Purtuttavia con comunicato stampa del 21 marzo 2017 del Ministero del lavoro è stata sancita la sopravvivenza delle procedure nel periodo transitorio e, con un altro comunicato stampa, il 30 marzo 2017, l’INPS informa che i voucher continueranno ad essere erogati per i servizi di baby-sitting.
Viene pertanto meno il precedente comunicato dell’Istituto, che prendeva atto della soppressione dei buoni lavoro e, quindi, considerava preclusa la possibilità di sceglierli per il pagamento della baby sitter.
Malgrado la totale abrogazione dal 17 marzo 2017 dei buoni lavoro operata dal D.L.25/2017, i voucher restano pertanto utilizzabili in due diverse circostanze:
· fino al 31 dicembre 2017 per quelli richiesti alla data di entrata in vigore del D.L. n. 25 (17 marzo 2017);
· fino al 31 dicembre 2018 o comunque fino ad esaurimento delle risorse, per remunerare i servizi di baby-sitting autorizzati a favore delle lavoratrici che rinunciano al periodo di congedo facoltativo per maternità.

Beneficiarie dei voucher baby sitting

La possibilità per la lavoratrice di richiedere, al termine del congedo di maternità ed entro gli undici mesi successivi voucher per l’acquisto di servizi di baby sitting oppure un contributo per fare fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati, per un massimo di sei mesi, è stato introdotto dall’articolo 4, comma 24, lettera b), legge 28 giugno 2012, n. 92, in via sperimentale per il triennio 2013-2015, successivamente prorogato per l’anno 2016 ed esteso alle lavoratrici autonome dall’articolo 1, commi 282-283, legge 28 dicembre 2015, n. 208 e, da ultimo, ancora prorogato per gli anni 2017 e 2018 dall’articolo 1, commi 356 e 357, legge 11 dicembre 2016, n. 232 (legge di Bilancio 2017).
La proroga interessa sia le lavoratrici dipendenti e iscritte alla Gestione separata (nel limite di spesa di 40 milioni di euro per ciascuno dei due anni) sia le lavoratrici autonome e imprenditrici (nel limite di spesa di 10 milioni di euro per ciascuno dei due anni), fermo restando che alle lavoratrici dipendenti il contributo è erogato per un periodo massimo di sei mesi, divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa e con rinuncia alla fruizione del congedo parentale da parte della lavoratrice, mentre alle lavoratrici iscritte alla Gestione Separata, alle lavoratrici autonome e alle imprenditrici il contributo è erogato per un periodo massimo di tre mesi.

Richiesta all’INPS in modalità telematica

La richiesta di fruire del beneficio deve essere presentata all’INPS esclusivamente attraverso il sito web istituzionale, accedendo direttamente tramite PIN dispositivo oppure tramite patronato. Il servizio d’invio delle domande per il voucher baby sitting è disponibile attraverso il seguente percorso: -> Servizi per il cittadino –> Autenticazione con PIN –> Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito –> Invio delle domande per l’assegnazione dei contributi per l’acquisto dei servizi per l’infanzia.
Nella domanda per il voucher baby sitting la madre lavoratrice deve:
a) indicare a quale beneficio intende accedere (contributo per la rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati, oppure voucher per i servizi di baby sitting) ;
b) indicare il periodo di fruizione del beneficio, specificando il numero di mesi;
c) dichiarare la rinuncia al corrispondente numero di mesi di congedo parentale;
d) dichiarare di aver presentato la dichiarazione ISEE valida.

Misura del beneficio del voucher baby sitting

L’importo del beneficio è di massimo 600 euro mensili e per i servizi di baby-sitting è erogato con il rilascio dei voucher, che debbono essere richiesti all’INPS esclusivamente con la procedura telematica.

Fasi della procedura di richiesta per il voucher baby sitting

Come sottolineato dall’INPS nella circolare n.75 del 2016, la lavoratrice per accedere al servizio deve essere dotata di PIN o di CNS (Carta Nazionale dei Servizi) o SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale). A seguito dell’accesso, il sistema operativo consente:
– la registrazione del committente del servizio di baby-sitting;
– l’accredito del prestatore e richiesta ed attivazione della Inps card presso l’Ufficio postale;
– la comunicazione all’INPS da parte del committente prima dell’inizio della prestazione
– la consuntivazione ad opera del committente al termine della prestazione.
Pertanto, tramite la voce “Appropriazione Bonus” (da attivare entro 120 gg. dal ricevimento dell’autorizzazione) la madre entra in possesso del bonus, che, in modalità telematica, andrà a far parte dell’importo disponibile utilizzabile per il pagamento delle prestazioni rese dalla persona che si prende cura del bambino. Per fare ciò, la lavoratrice deve indicare:
– Codice fiscale della madre;
– Codice fiscale del bambino;
– Numero di domanda;
– Anno di riferimento.

Abrogazione dei voucher e alternative

Tranne i due casi sopra evidenziati non è, invece, più possibile utilizzare dal 17 marzo 2017 i voucher per le prestazioni di lavoro occasionale.
Il decreto legge n.25/2017 dovrebbe essere convertito in legge entro metà aprile per consentire alla Corte di Cassazione di valutare se esso è idoneo ad evitare il referendum abrogativo dei voucher calendarizzato per il 28 maggio 2017.
Purtuttavia, la repentina soppressione dei voucher ha riaperto il problema di come retribuire le prestazioni di breve durata, occasionali, per evitare di dare ulteriore spazio al lavoro in nero. Fra le ipotesi che in questi giorni trapelano sembra prevalga quella di ampliare e rendere più semplice l’utilizzo del contratto di lavoro a chiamata, che nelle imprese maggiori dovrebbe essere consentito senza le attuali limitazioni e nelle imprese minori dovrebbe essere ricondotto ad una procedura semplificata gestita tramite l’INPs.
fonte ipsoa

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Quali sono i termini di presentazione del modello 730/2017?

L’art. 7-quater , commi 46 e 47, del D.L. n. 193/2016D.L. n. 193/2016 ha modificato i termini di presentazione del modello 730.

In particolare, il modello 730/2017 deve essere presentato dal contribuente entro:

il 24 luglio 2017 (poiché il termine originario, ossia il 23 luglio, cade di domenica) in caso di presentazione diretta del modello 730 precompilato da parte del contribuente tramite il sito internet dell’Agenzia delle Entrate;
il 7 luglio 2017 in caso di presentazione del modello 730 (precompilato oppure ordinario) al sostituto d’imposta oppure a un CAF o ad un professionista abilitato (es: commercialista).
A loro volta, i CAF e i professionisti abilitati ai quali è stato presentato dal contribuente il 730/2017 – a condizione che entro il 7 luglio 2017 abbiano effettuato la trasmissione di almeno l’80% delle dichiarazioni – per il restante 20% dei 730 hanno tempo fino al 24 luglio 2017 per completare le attività di cui all’art. 16, comma 1, lettere a), b), e c) del Decreto del Ministro delle Finanze n. 164/1999, ossia:

comunicare all’Agenzia delle Entrate, in via telematica, il risultato finale delle dichiarazioni;
consegnare al contribuente, prima della trasmissione della dichiarazione, copia della dichiarazione dei redditi elaborata e il relativo prospetto di liquidazione;
trasmettere in via telematica all’Agenzia delle Entrate le dichiarazioni predisposte.

 

Alla luce dell’immediatamente e alquanto repentina abrogazione dell’istituto dei voucher per mezzo del D.L. n. 20/2017, a decorrere dal 17 marzo 2017, permettendo di poterli utilizzare fino a fine anno soltanto per quelli già acquistata alla predetta data, il governo ha creato un vuoto normativo per tutte quelle esigenze (genuine) di prestazioni di lavoro residuali ed estemporanee. Quindi, a fronte dell’esigenza di eliminare gli abusi sempre più crescenti dei voucher, il governo ha di fatto eliminato tronco il lavoro accessorio e occasionale dall’ordinamento, senza fornire una valida alternativa per regolarizzare quelle prestazioni saltuarie che continuano ad esistere, contribuendo così al rischio di alimentare il lavoro nero.

In attesa di un intervento normativo ad hoc, la Fondazione Studi nell’Approfondimento del 24 marzo 2017 ha analizzato le possibili tipologie contrattuali da utilizzare come valida alternativa ai buoni lavoro per regolarizzare i rapporti di lavoro occasionale.
Vediamoli nel dettaglio.

Somministrazione – Il primo valido istituto che suggerisce la Fondazione Studi è la “somministrazione”. Si tratta, in particolare di un contratto, a tempo indeterminato o determinato, con il quale un’agenzia di somministrazione autorizzata mette a disposizione di un utilizzatore uno o più lavoratori suoi dipendenti, i quali, per tutta la durata della missione, svolgono la propria attività nell’interesse e sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore.

Caratteristica della somministrazione è la scomposizione tra il titolare formale del rapporto di lavoro (l’agenzia di somministrazione) e l’utilizzatore sostanziale (chi riceve la prestazione lavorativa, dopo aver richiesto il lavoratore “somministrato” all’agenzia). In questo caso, affermano i CdL, è evidente sin dalla definizione del tipo di rapporto di lavoro che si tratta di un istituto destinato sì a rispondere ad esigenze temporanee, ma per come è strutturato e per gli adempimenti che richiede pur sempre la formalizzazione di un contratto scritto con uno specifico contenuto obbligatorio: il riferimento all’autorizzazione amministrativa dell’agenzia, la previsione della durata del rapporto, le mansioni, l’orario ed il luogo di lavoro. È evidente che pur potendo rispondere – come già accade nella pratica – ad alcune esigenze limitatamente alle imprese, la somministrazione non si presta a soddisfare quella esigenza di semplicità di utilizzo che invece il “lavoretto” estemporaneo e circoscritto richiede.

Intermittenti – Altro istituto, che per certi versi è quello più simile ai voucher, è il lavoro intermittente che ha il compito di rispondere alle esigenze connesse al lavoro accessorio, perché prevede la possibilità di richiedere la prestazione di lavoro “a chiamata”, soltanto cioè quando il datore di lavoro la richieda, con un connotato di “estemporaneità” assimilabile perciò all’utilizzazione dei voucher.

Tuttavia, va rilevato che il lavoro intermittente è pur sempre un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti, che prevede adempimenti, formalità ed oneri tipici di questa tipologia generale. L’unico elemento di specialità è rappresentato dalla eventualità della prestazione, che può essere richiesta dal datore di lavoro quando la ritiene necessaria e non è un obbligo continuo per il lavoratore, come avviene per i dipendenti nella generalità dei casi. Questo però sempre nell’ambito di un vero e proprio contratto di lavoro, scritto, che può anche essere a tempo indeterminato e che dunque presuppone delle esigenze diverse da quelle tipiche del lavoro accessorio cui erano destinati i voucher.

Comparazione dei costi – La Fondazione Studi CdL ha effettuato un analisi di comparazione dei costi delle differenti forme contrattuali: lavoro accessorio, somministrazione, co.co.co. e intermittente, al fine di evidenziare le differenze di costo rispetto alla gestione dei voucher.

Dallo studio è emerso che:
l’adozione del lavoro occasionale risulta particolarmente agevole in termini di costi e adempimenti. Tuttavia, l’esigenza connessa a prestazioni occasionali ed estemporanee è al momento insoddisfatta, stante l’abrogazione integrale della normativa in merito;
il contratto di somministrazione nelle differenti tipologie analizzate non risulta tra i meno onerosi; infatti oltre ai costi dettati dalla contrattazione collettiva lo stesso è da intendersi ulteriormente aggravato dalle maggiorazioni che le agenzie di somministrazione richiedono per la loro attività;
seppur non rapportabile a base oraria o mensile, il contratto di collaborazione coordinata e continuativa è stato preso a riferimento poiché nel ventaglio delle opzioni contrattuali disponibili risulta meno vincolato agli schemi previsti per i lavoratori subordinati. Tuttavia i limiti previsti dalla normativa vigente ne circoscrivono l’ambito di applicazione a prestazioni rese nella piena autonomia operativa, seppur prevedendo momenti di confronto con la committenza;
il contratto di lavoro intermittente, nell’ambito dello svolgimento di prestazione di lavoro subordinato, dall’analisi riportata risulterebbe la forma contrattuale più aderente sia in termini di costi che in termini di gestione. Infatti la peculiarità di questa forma contrattuale consente di accedere a prestazioni di lavoro discontinue, circoscritte esclusivamente a specifici periodi dell’anno o cicli di lavoro. Da notare che nella relazione del contratto di lavoro intermittente è prevista la possibilità che le parti disciplinino la disponibilità a garantire la prestazione al momento della chiamata del committente, a fronte di un riconoscimento di una indennità di carattere retributivo. Se da un lato infatti, tale disponibilità determina un aumento dei costi (almeno il 20% della retribuzione spettante), dall’altro assolve ad una duplice funzione: garanzia per il datore di lavoro della prestazione e garanzia per il lavoratore di una forma retributiva che, in aggiunta alla retribuzione spettante per la prestazione resa, garantisce una ulteriore stabilità retributiva.

rottamazione cartelle equitalia

La “rottamazione” delle cartelle consente ad ogni contribuente di definire in via agevolata tutte le somme iscritte a ruolo nel periodo dal 01/01/2000 al 31/12/2016, pagando solo somme iscritte a titolo di capitale, interessi legali e aggi di riscossione, con stralcio quindi delle  sanzioni, degli interessi di mora e delle somme e sanzioni aggiuntive gravanti su crediti previdenziali.

Per aderire alla rottamazione cartelle equitalia, il modello va presentato all’Ente entro il  21 Aprile 2017, compilando la richiesta in ogni sua parte. Successivamente, Equitalia comunicherà entro il 31 maggio 2017 l’esito della rottamazione, indicando l’importo scontato che potrà esser versato in un’unica soluzione o a rate fino ad un massimo 5.

Prima di inoltrare la richiesta di rottamazione è però opportuno verificare con attenzione, caso per caso, la sussistenza dei requisiti per l’adesione e determinare il beneficio ottenibile, in modo da valutare la convenienza a procedere.

Per tale motivo abbiamo attivato il nuovo servizio per la per la gestione online delle pratiche di rottamazione cartelle equitalia. Ci occuperemo di seguire tutto l’iter della procedura, dalla raccolta dei documenti, ai conteggi utili per valutare i benefici della sanatoria, fino alla definizione della posizione con Equitalia, il tutto comodamente tramite email.

COSTI

  • €200+IVA* di apertura pratica per il recupero della documentazione da Equitalia ed analisi sulla convenienza;
  • €100+ IVA* per singola cartella/avviso ordinario che si intende rottamare.

 

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