Dott. Raffaele Iorio

Come di consueto, entro il prossimo 27 dicembre va effettuato il versamento dell’acconto IVA per l’anno in corso utilizzando alternativamente uno dei seguenti metodi:

STORICO88% dell’ultima liquidazione Iva dell’anno precedente
PREVISIONALE88% del fatturato dell’ultimo mese o trimestre dell’anno in corso
OPERAZIONI EFFETTUATE100% dell’IVA a debito sulle operazioni effettuate fino al 20/12 dell’anno in corso

METODO STORICO

Con il “metodo storico” il contribuente determina l’acconto in misura pari all’88% della base di riferimento (saldo a debito) individuata secondo la periodicità di liquidazione adottata; in particolare:

CONTRIBUENTEBASE DI RIFERIMENTO 
MensileSaldo a debito liquidazione dicembre anno precedente
 
Mensile “posticipato”Saldo a debito liquidazione dicembre anno precedente effettuata sulla base delle operazioni di novembre anno precedente
Trimestrale “speciale”Saldo a debito liquidazione 4° trimestre anno precedente
Trimestrale(saldo a debito)Debito da dichiarazione annuale IVA relativa all’anno precedente (saldo + acconto)Non vanno considerati gli interessi dell’1% applicati in sede di dichiarazione annuale (Risoluzione n. 157/E del 2004 ).
Trimestrale(saldo a credito)Saldo a debito senza considerare il maggior acconto anno precedente (ossia quanto dovuto per l’anno precedente, pari alla differenza tra l’acconto versato e il credito IVA annuale) 

1) Un contribuente mensile presenta il saldo della liquidazione IVA del mese di dicembre anno x-1, al lordo dell’acconto , pari a euro 5.320.
L’acconto IVA per l’anno x è pari a euro 4.681,60 (5.320 x 88%).

2) Un contribuente trimestrale ha versato con il modello IVA anno x un importo pari a euro 1.717 (di cui euro 1.700 saldo IVA a debito + euro 17 interessi 1%), avendo versato euro 1.230 a titolo di acconto. Considerato che l’IVA dovuta per il 2015 è pari a euro 2.950 (1.717 – 17+ 1.250) l’acconto IVA per l’anno x ammonta a euro 2.596 (2.950 x 88%).

3) Un distributore di carburante presenta il saldo della liquidazione IVA del 4° trimestre anno x-1, al lordo dell’acconto, pari a euro 7.680.
L’acconto IVA per l’anno x è pari a euro 6.758,40 (7.680 x 88%).

CASI PARTICOLARI

Adeguamento parametri/studi di settore

Per il soggetto che nell’anno precedente si è adeguato ai parametri/studi di settore, la determinazione dell’acconto IVA non è influenzata da tale scelta (detto adeguamento è stato, infatti, effettuato “fuori dichiarazione”).

Contabilità separate

Per i soggetti che adottano il regime di contabilità separata (ex art. 36, D.P.R. n. 633/1972):

  • per opzione: il volume d’affari è determinato in modo unitario e pertanto le liquidazioni periodiche IVA sono cumulative per tutte le attività;
  • per obbligo (con diversa periodicità di liquidazione): l’acconto va commisurato all’importo dovuto in sede di:
  • liquidazione dicembre anno precedente: per le attività “mensili” e “trimestrali speciali”;
  • dichiarazione IVA relativa all’anno precedente: per le attività “trimestrali”.

Variazione regime liquidazione periodica

Qualora un contribuente, a seguito della variazione del volume d’affari, abbia adottato nell’anno un diverso regime di liquidazione periodica rispetto all’anno precedente, sono previste particolari modalità di determinazione della base imponibile; in particolare:

Passaggio da regime trimestralea mensileSe il soggetto Iva è passato dal regime trimestrale nell’anno precedente a quello mensile nell’anno precedente, dovrà confrontare il “dato previsionale” dell’anno in corso con il “dato storico”, costituito da:1/3 dell’imposta versata in sede di dichiarazione IVA dell’anno in corso;1/3 dell’IVA versata per il 4° trimestre dell’anno precedente(trimestrali “speciali”).
Passaggio da regime mensilea trimestraleSe il soggetto IVA è passato dal regime mensile nell’anno precedente al regime trimestrale nell’anno in corso, dovrà confrontare il “dato previsionale” dell’anno in corso con il “dato storico” rappresentato dalla somma dei versamenti Iva dei mesi di ottobre – novembre – dicembre anno precedente al netto dell’eventuale eccedenza detraibile risultante dalla liquidazione di dicembre anno precedente.

4) Supponiamo che la ditta Verdi, trimestrale nell’anno x-1, diventi mensile nell’anno x; se l’IVA dovuto in sede di dichiarazione relativa all’anno x-1 risulta pari a euro 6.600 avremo che:
– la base imponibile per l’anno x è pari a euro 2.200 (6.600/3)
– l’acconto èer l’anno x sarà pari a euro 1.936 (2.200 x 88%).

5) Supponiamo che la ditta Neri, mensile nell’anno x-1, diventi trimestrale nell’anno x; tenuto conto dei saldi delle seguenti liquidazioni periodiche:

ottobre anno x-1euro 2.850
novembre anno x-1euro 1.780
dicembre anno x-1(acconto + saldo)euro 2.240
euro 6.870


L’ammontare dell’acconto dovuto per l’anno x sarà pari a euro 6.045,60 (6.870 x 88%).

Soggetti ex minimi/forfetari

Il soggetto (ex minimo o forfetario) che nell’anno in corso ha adottato il regime Iva ordinario con effettuazione delle liquidazioni IVA mensili/trimestrali, non avendo una base di riferimento per l’anno precedente non è tenuto al versamento dell’acconto Iva.

Operazioni straordinarie

In occasione delle seguenti operazioni:

  • cessione
  • conferimento d’azienda
  • successione o donazione
  • fusione/scissione/ trasformazione

si verifica, in generale, una situazione di continuità tra i soggetti partecipanti all’operazione (se l’atto non esclude il subentro nel debito/credito Iva).

Pertanto, laddove si sia in presenza di “passaggio” del debito/credito Iva, il beneficiario subentra per “continuità” in tutte le posizioni attive e passive del “dante causa”, ivi incluso l’obbligo di versare l’acconto Iva sulla base della situazione esistente nell’anno precedente.

È, tuttavia, possibile utilizzare anche uno dei metodi di calcolo successivamente esaminati.

METODO PREVISIONALE

In alternativa al metodo storico, è possibile adottare il c.d. “metodo previsionale; in tal caso, l’acconto è calcolato in base ad una stima delle operazioni che verranno effettuate entro la chiusura del periodo di riferimento.

A tal fine è necessario:

  • che l’acconto non risulti inferiore all’88% di quanto effettivamente dovuto;
  • fare una corretta stima delle fatture da emettere/ricevere entro fine anno.

Il contribuente che applica tale criterio rischia di effettuare un versamento inferiore al dovuto; in tal caso potrà procedere al ravvedimento operoso per insufficiente versamento entro il termine di presentazione della dichiarazione Iva.

METODO DELLE OPERAZIONI EFFETTUATE

In alternativa al metodo storico e a quello previsionale, è previsto un ulteriore criterio basato sulla determinazione dell’ “effettivo” ammontare dell’acconto tenuto conto delle operazioni effettuate al 20 dicembre (ai sensi dell’art. 6 del D.P.R. n. 633/72) e non solo di quelle fatturate e registrate.

Come precisato dalla Circolare n. 40/1993, tale metodo, al fine di determinare l’IVA relativa alle operazioni effettuate, tiene conto non solo dell’imposta afferente le operazioni registrate nel periodo, ma anche di quella afferente le operazioni per le quali si siano verificati i presupposti che determinano il momento impositivo (consegna/spedizione, pagamento dei corrispettivi, emissione di fattura, ecc.).

In pratica, l’importo da versare, nella misura del 100% (e non all’88%), emerge dalla somma algebrica dei seguenti elementi:


ELEMENTISOMMA ALGEBRICA TRA:
con segno +– l’IVA a debito relativa alle operazioni annotate (o che avrebbero dovuto essere annotate) nel periodo:1/12 – 20/12, per i contribuenti mensili1/10 – 20/12, per i contribuenti trimestrali- l’IVA a debito relativa alle operazioni effettuate fino al 20/12, ma non ancora annotate non essendo decorsi i termini di emissione della fattura o di registrazione. A tal fine dovranno essere considerate:le cessioni tramite DDT fino al 20/12 per le quali non è stata emessa la relativa fattura differita;le fatture emesse per il ricevimento di acconti fino al 20/12, non ancora annotate;le fatture emesse fino al 20/12 (anche se non incassate), non ancora annotate.Le fatture differite emesse entro il 15/12 se mensili ovvero entro il 15/10 se trimestrali, relative a consegne/spedizioni effettuate a novembre (o settembre se trimestrali), non rilevano nel calcolo dell’acconto.
con segno –– l’IVA a credito relativa ad acquisti e importazioni annotati (registro acquisti) nel periodo:1/12 – 20/12, per i contribuenti mensili1/10 – 20/12, per i contribuenti trimestrali- l’IVA a credito relativa ad operazioni intracomunitarie, la cui IVA a debito è stata già considerata (per effetto della doppia registrazione);- l’eventuale IVA a credito riportata dalla liquidazione relativa al periodo precedente (novembre o 3° trimestre ).

Contabilità presso terzi

Il contribuente che affida a terzi la tenuta della contabilità può (facoltà) determinare l’acconto in misura pari a 2/3 dell’IVA dovutasulla base delle operazioni registrate nel mese di novembre che daranno luogo alla liquidazione di dicembre 2016.

Autotrasporto

Gli autotrasportatori che (art. 74, D.P.R. n. 633/72) :

  • annotano le fatture emesse entro il trimestre successivo a quello di emissione;
  • ai fini del calcolo dell’acconto utilizzano il metodo delle “operazioni effettuate”;

determinano l’IVA a debito mediante la somma:

  • delle fatture emesse nel 3° trimestre annotate nel periodo 1/10 – 20/12
  • delle fatture emesse dal 1/10-20/12 anche se registrate nel primo trimestre dell’anno successivo.


Per tali soggetti è consigliato applicare il metodo “previsionale”, in quanto è possibile determinare con certezza l’IVA dovuta per il quarto trimestre 2016, così come “suggerito” anche dal Ministero delle Finanze nella circolare n. 328 del 20 dicembre 1995.

Liquidazione Iva “per cassa”

Per i contribuenti che adottano la liquidazione Iva “per cassa” (art. 32-bis , DL 83/2012):

  • l’Iva a debito relativa alle cessioni di beni / prestazioni di servizi effettuate diviene esigibile nel momento di pagamento dei relativi corrispettivi; in particolare, l’imposta è esigibile decorso 1 anno dall’effettuazione dell’operazione (art.6, DPR 633/72), a meno che l’acquirente o il committente, prima di tale termine, non sia stato assoggettato a procedure concorsuali
  • l’Iva a credito relativa agli acquisti è detraibile al pagamento dei relativi corrispettivi e comunque decorso 1 anno dal momento in cui l’operazione si considera effettuata.

Ai fini dell’acconto Iva, i soggetti che utilizzano il regime in esame devono applicare le regole “ordinarie”; in particolare, l’applicazione del metodo delle operazioni effettuate consente di non tener conto dell’IVA relativa alle operazioni attive non incassate effettuate nel periodo 1/12 – 20/12 o 1/10 – 20/12, ferma restando l’impossibilità di considerare l’IVA relativa alle operazioni passive annotate nel medesimo periodo ma non ancora pagate.

SOGGETTI ESCLUSI DALL’ACCONTO

Sono esonerati dal versamento dell’acconto Iva i soggetti passivi che:


INIZIO ATTIVITÀhanno iniziato l’attività nel corso dell’anno
CESSAZIONE
ATTIVITÀ
contribuenti mensili: hanno cessato l’ attività entro il 30/11contribuenti trimestrali: hanno cessato l’ attività entro il 30/09
CON CREDITO
IVA NELL’ANNO PRECEDENTE
nel dicembre dell’anno precedente , avevano un credito IVA di cui possono o meno aver richiesto il rimborso (contribuenti mensili)nella liquidazione relativa al 4° trimestre dell’anno precedente presentavano un credito IVA (contribuenti trimestrali)dalla dichiarazione relativa all’anno precedente erano a credito IVA (trimestrali “per opzione”)prevedono di evidenziare un credito IVAnella dichiarazione annuale per l’anno in corso (trimestrali “per opzione”)prevedono di chiudere l’ultima liquidazione dell’anno in corso con un’ eccedenza detraibile d’imposta
IMPRESE AGRICOLE
produttori agricoli esonerati (art. 34, comma 6, D.P.R. n. 633/72)
INTRATTENIMENTOesercitano attività di intrattenimento (art. 74 del D.P.R. n. 633/72)
FORFETTARIapplicano il regime forfetario ( legge n. 398/91)
MINIMI
hanno adottato il regime dei minimi (art. 27, commi 1 e 2, D.L. n. 98/2011)sono usciti dal regime dei minimi/forfetari con applicazione del regime “ordinario”
FORFETTARIOhanno adottato il nuovo regime forfetario (legge n. 190/2014).
OPERAZIONI ESENTI O NON IMPONIBILIhanno effettuato esclusivamente operazioni esenti o non imponibili agli effetti dell’IVA.

SCOMPUTO DELL’ACCONTO

L’importo versato può essere scomputato alla prima “occasione utile”, ovvero:

CONTRIBUENTEUTILIZZO DELL’ACCONTO
Mensile (anche “presso terzi”)liquidazione di dicembre 
(16/01 anno seguente)
Trimestrale specialeliquidazione del 4° trimestre (16/02 anno seguente)
Trimestraledichiarazione IVA 
(16/03 anno seguente)
Attività separate in regime di liquidazione IVA mistaliquidazione di dicembreliquidazione 4° trimestredichiarazione IVA(16/01 anno seguente)(16/02 anno seguente)(16/03 anno seguente)

TERMINI E MODALITÀ DI VERSAMENTO

Come di consueto, il versamento dell’acconto IVA va effettuato:

  • entro il 27 dicembre
  • mediante F24 telematico, direttamente o tramite un intermediario abilitato
  • utilizzando i seguenti codici tributo:
    • 6013” (contribuente mensile)
    • 6035” (contribuente trimestrale)
  • indicando quale periodo di riferimento l’anno per il quale si versa l’acconto.

Se l’importo da versare risulta inferiore ad euro 103,29 non si effettua alcun versamento.

Si rammenta, inoltre, che il suddetto acconto IVA:

  • non può essere rateizzato (art. 20 del D.Lgs. n. 241/1997);
  • è compensabile con i crediti tributari e/o contributivi ancora disponibili;
  • non prevede la maggiorazione dell’1% per i contribuenti con liquidazioni trimestrali “per opzione” (Circolare n. 40/1993); questi, devono applicare la maggiorazione a titolo di interessi solo sui versamenti relativi ai primi 3 trimestri nonché su quelli effettuati a conguaglio, in sede di dichiarazione annuale.

Annotazione dell’acconto versato

Come noto, non vi è più l’obbligo di annotazione sui registri Iva delle liquidazioni periodiche; tuttavia, la scelta di annotare l’importo versato a titolo di acconto IVA nel registro delle fatture emesse/corrispettivi o delle annotazioni di liquidazione può rivelarsi utile in caso di controlli.

Acconto Iva e dichiarazione annuale

L’acconto IVA ed il relativo metodo di calcolo dovranno essere indicati nella dichiarazione annuale Iva.

SANZIONI E RAVVEDIMENTO OPEROSO

In caso di mancato o insufficiente versamento dell’acconto IVA, è applicabile la sanzione del 30%. Tuttavia, il contribuente può ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso per sanare la propria posizione; in particolare, la violazione può essere regolarizzata con il versamento della seguente sanzione ridotta:

Sanzione ridotta(codice tributo “8904”)Termine entro il quale si effettua il versamento
dallo 0,1% al 1,4%Entro 14 giorni dalla scadenza, tenendo presente che per ogni giorno di ritardo va applicato lo 0,1%.
1,5%Tra il 15° e il 30° giorno dalla scadenza.
1,67%Entro 90 giorni dalla scadenza.
3,75%Oltre 90 giorni ed entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno della violazione.

Si rammenta che, in sede di regolarizzazione, oltre all’importo dovuto e alla sanzione ridotta, occorre versare anche gli interessi nella misura dello 0,2% annuo (codice tributo “1991”).

OMESSO VERSAMENTO IVA

Per il reato di omesso versamento Iva la soglia di punibilità è fissata a 250 mila euro per ciascun periodo d’imposta.

Pertanto, è punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni “chiunque”, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo:

  • omette il versamento dell’IVA dovuta sulla base della dichiarazione annuale
  • se di ammontare superiore a € 250.000 per ciascun periodo d’imposta.

Il reato si realizza, quindi,  se la violazione si protrae oltre il termine di versamento dell’acconto relativo all’anno successivo. Entro il 27 dicembre anno x è opportuno monitorare l’omesso versamento risultante dal mod. IVA anno x.

DECRETO FISCALE APPROVATO

L’Aula della Camera, nella seduta del 13 dicembre, ha approvato in via definitiva la conversione in legge del decreto fiscale n. 119/2018 collegato alla Manovra, che nei giorni scorsi aveva incassato il via libera del Senato. Ricordiamo le principali disposizioni in materia fiscale in una prima sintesi del provvedimento, che nelle prossime ore approderà in Gazzetta Ufficiale. Numerose le novità in ambito tributario: dalla “pace fiscale” alla definizione agevolata delle controversie fiscali pendenti, alle nuove norme sulla fatturazione elettronica e in materia di detrazione Iva. Rispetto al testo originario, approvato dal Consiglio dei Ministri ed entrato in vigore lo scorso 24 ottobre, scompare la dichiarazione integrativa speciale di cui all’art. 9 del decreto, mentre nella “pace fiscale” entra la possibilità di definire le violazioni di natura formale.

 
 
 

 

INTERPELLO sui NUOVI INVESTIMENTI (ART. 01)

RIDUZIONE della SOGLIA

In sede di conversione è stata introdotta una norma che riduce da 30 a 20 milioni l’ammontare degli investimenti per i quali è possibile effettuare l’istanza di interpello prevista dall’art. 2 del “decreto internazionalizzazione” (D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 147). La regola si applica agli interpelli presentati a decorrere dal 1° gennaio 2019.

 

Disciplina dell’interpello

La norma richiamata ha introdotto la possibilità per le imprese che intendono effettuare investimenti in Italia, di presentare all’Agenzia delle Entrate un’istanza di interpello in merito al trattamento fiscale del loro piano di investimento e delle eventuali operazioni straordinarie che si ipotizzano per la sua realizzazione. La norma precisa inoltre quanto segue:

  1. gli investimenti devono essere di importo pari ad almeno 30 milioni di euro ed avere ricadute occupazionali “significative in relazione all’attività in cui avviene l’investimento”;
  2. l’Amministrazione fiscale è tenuta a fornire una risposta entro 120 giorni, prorogabili di altri 90 giorni nel caso in cui sia necessario acquisire ulteriori informazioni (il secondo termine decorre dalla data di acquisizione di dette informazioni);
  3. tale risposta dev’essere scritta e motivata, e vincola il Fisco finché restano invariate le circostanze di fatto e di diritto sulla base delle quali è stata resa;
  4. si applica comunque il principio del silenzio-assenso.

 

 

La “ROTTAMAZIONE-TER” (ART. 3)

AMBITO APPLICATIVO

La definizione sarà ammessa per i carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre  2017.

DOMANDA

Dovrà essere presentata entro il 30 aprile 2019, utilizzando i seguenti modelli (ai quali va allegato un documento di identità):

  • DA-2018, per la definizione agevolata dei carichi affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017;
  • DA-2018-D, per la definizione agevolata dei debiti affidati alla riscossione a titolo di risorse proprie dell’Unione europea.

Nella dichiarazione il debitore dovrà assumere l’impegno a rinunciare ai giudizi pendenti relativi ai carichi che intende definire.

 

Effetti della domanda

La presentazione della dichiarazione di adesione determina:

  • la sospensione dei termini di prescrizione e decadenza;
  • la sospensione – fino alla scadenza della prima o unica rata delle somme dovute – degli obblighi di pagamento derivanti da precedenti dilazioni in essere alla data di tale presentazione;
  • l’inibizione all’iscrizione di nuovi fermi amministrativi e ipoteche, fatti salvi quelli già iscritti alla predetta data;
  • il divieto di avviare nuove procedure esecutive e di proseguire quelle già avviate in precedenza, a meno che non si sia già tenuto il primo incanto con esito positivo;
  • la condizione di “non inadempienza” (e, perciò, di “regolarità”) del debitore nell’ambito della procedura di erogazione dei rimborsi d’imposta ex art. 28-ter del D.P.R. n. 602/1973, nonché ai fini della verifica della morosità da ruolo, per un importo superiore a 5mila euro, all’atto del pagamento – da parte della P.A. e delle società pubbliche – di somme di ammontare pari almeno allo stesso importo (art. 48-bis del D.P.R. n. 602/1973 e D.M. n. 40/2008).

 

Durc

Anche ai fini della “rottamazione-ter”, in caso di definizione agevolata dei ruoli per debiti contributivi (di cui all’art. 6 del D.L. 22 ottobre 2016, n. 193, convertito con modifiche dalla Legge 1° dicembre 2016, n. 225), il Documento unico di regolarità contributiva potrà essere rilasciato con la semplice dichiarazione di adesione da parte del contribuente. Lo prevede una disposizione introdotta in sede di conversione.

Il Durc non è quindi subordinato all’avvenuto pagamento dell’importo dovuto ai fini della definizione medesima. In caso di mancato, insufficiente o tardivo versamento dell’unica rata o di una rata successiva, il Durc nel frattempo rilasciato dovrà essere annullato.

PROCEDURA

Entro il 30 giugno 2019 l’agente della riscossione comunicherà ai debitori che hanno aderito alla definizione l’ammontare complessivo di quanto dovuto, nonché, in caso di scelta del pagamento dilazionato, il giorno e il mese di scadenza di ciascuna rata.

PAGAMENTO

Importi dovuti e non dovuti

VOCE

OBBLIGO di VERSAMENTO con la DEFINIZIONE

Capitale

SI

Interessi iscritti a ruolo

SI

Aggio

SI

Diritti di notifica della cartella di pagamento

SI

Spese esecutive eventualmente maturate

SI

Sanzioni incluse nei carichi

NO

Interessi di mora

NO

“Sanzioni civili”, accessorie ai crediti di natura previdenziale

NO

 

Rate

Il pagamento delle somme dovute dovrà essere effettuato:

  • in un’unica soluzione, entro il 31 luglio 2019;
  • nel numero massimo di 18 rate consecutive, la prima e la seconda delle  quali, ciascuna di importo pari al 10 per cento delle somme complessivamente dovute, scadenti rispettivamente il 31 luglio e il 30 novembre 2019; le restanti, di pari ammontare, scadenti il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2020.

La scelta per il versamento rateale dovrà essere manifestata dal contribuente nella dichiarazione di adesione alla definizione agevolata.

 

“Lieve ritardo”

In caso di tardivo versamento delle rate non superiore a 5 giorni, non si produce l’effetto di inefficacia della definizione, e non sono dovuti interessi: lo prevede una norma introdotta in sede di conversione del decreto-legge.

 

Interessi per i versamenti rateali

Si applicheranno – a decorrere dal 1° agosto 2019 – nella misura del 2 per cento annuo.

Non si applica l’art. 19 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602.

 

Compensazione

È ammessa la compensazione con i crediti non prescritti, certi liquidi ed esigibili, per somministrazioni, forniture, appalti e servizi, anche professionali, maturati nei confronti della P.A..

 

Procedure esecutive avviate prima dell’adesione alla definizione

Saranno estinte con il versamento della prima o unica rata.

MODALITÀ di PAGAMENTO

Il pagamento delle somme dovute può essere effettuato:

  • mediante domiciliazione sul conto corrente eventualmente indicato dal debitore in dichiarazione;
  • mediante bollettini precompilati, che l’agente della riscossione è tenuto ad allegare alla comunicazione;

presso gli sportelli dell’agente della riscossione. In tal caso, si applicano l’art. 12, comma 7-bis, del D.L. 23 dicembre 2013, n. 145, convertito con modifiche dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 9, e il D.M. 24 settembre 2014.

ESCLUSIONI

Sono esclusi dalla definizione agevolata in commento gli importi relativi a:

  • recuperi di aiuti di Stato, ai sensi dell’art. 16 del Regolamento Ue 13 luglio 2015, n. 2015/1589;
  • crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei Conti;
  • multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna;
  • sanzioni diverse da quelle irrogate per violazioni tributarie o per violazione degli obblighi relativi ai contributi e ai premi dovuti agli enti previdenziali.

MULTE STRADALI

La sanatoria si applicherà limitatamente agli interessi, comprese le maggiorazioni di cui all’art. 27, comma 6, della Legge n. 689/1981.

RAPPORTO con le PRECEDENTI “ROTTAMAZIONI”

I debitori che hanno aderito alla definizione agevolata di cui all’art. 1 del D.L. n. 148/2018 e che entro il 7 dicembre 2018 effettuano il pagamento delle rate dovute ai fini di tale definizione – in scadenza nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018 – potranno usufruire del differimento automatico del versamento delle restanti somme dovute ai medesimi fini. Tale versamento dovrà essere effettuato in 10 rate consecutive di pari importo, con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019, con interessi calcolati al tasso dello 0,3 per cento annuo a partire dal 1° agosto 2019.

È precluso l’accesso alla nuova definizione agevolata ai soggetti che non provvederanno a versare le rate dovute per la definizione di cui all’art. 1 del D.L. n. 148/2017, che dovranno essere pagate entro il 7 dicembre 2018.

Relativamente ai debiti risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 settembre 2017, i soggetti di cui all’art. 6, comma 13-ter , del D.L. 22 ottobre 2016, n. 193, convertito con modifiche dalla Legge 1° dicembre 2016, n. 225, sono tenuti ad effettuare il pagamento delle residue somme dovute ai fini delle definizioni agevolate previste dallo stesso art. 6 del D.L. n. 193/2016 e dall’art. 1, comma 4, del D.L. n. 148/2017, in 10 rate consecutive di pari importo, con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019. Su tali somme sono dovuti – dal 1° agosto 2019 – gli interessi allo 0,3 per cento annuo. A tal fine, entro il 30 giugno 2019 l’agente della riscossione invierà un’apposita comunicazione, unitamente ai bollettini precompilati.

Possono essere definiti anche i debiti relativi ai carichi già oggetto di precedenti “rottamazioni”, per le quali il debitore non ha perfezionato la definizione con l’integrale, tempestivo pagamento delle somme dovute a tal fine.

 

MICRO-CARTELLE (ART. 4)

AMBITO di APPLICAZIONE

La norma prevede l’annullamento automatico – alla data del 31 dicembre 2018 – dei debiti di importo residuo non superiore a 1.000, calcolato alla data del 24 ottobre 2018 e comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010.

SOMME GIÀ VERSATE

La norma dispone inoltre quanto segue:

  • le somme versate anteriormente al 24 ottobre 2018 restano definitivamente acquisite;
  • le somme versate dal 24 ottobre 2018 sono imputate alle rate da corrispondersi per altri debiti eventualmente inclusi nella definizione agevolata anteriormente al versamento, oppure, in mancanza, a debiti scaduti o in scadenza e, in assenza anche di questi ultimi, sono rimborsate, ai sensi dell’art. 22, commi 1-bis, 1-ter e 1-quater, del D.Lgs. 13 aprile 1999, n. 112.

 

DEFINIZIONE AGEVOLATA delle LITI PENDENTI: CARATTERISTICHE (ART. 6)

AMBITO APPLICATIVO

Si deve trattare di controversie tributarie:

  • nelle quali sia parte l’Agenzia delle Entrate;
  • abbiano ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in cassazione e anche a seguito di rinvio;
  • in cui il ricorso in primo grado sia stato notificato alla controparte entro il 24 ottobre 2018 e per le quali alla data della presentazione della domanda il processo non si sia concluso con pronuncia definitiva.

LITI ESCLUSE

Sono escluse dalla definizione le controversie:

  • relative ad atti privi di natura impositiva;
  • concernenti, anche solo in parte, le risorse proprie tradizionali Ue, l’Iva riscossa all’importazione e le somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato.

DOMANDA

Dev’essere presentata dal soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio o di chi vi è subentrato o ne ha comunque la legittimazione.

IMPORTI DOVUTI

In sede di conversione sono cambiate le misure dovute dal contribuente che intende accedere alla definizione agevolata delle liti fiscali pendenti. Si veda in particolare il seguente prospetto:

ADEMPIMENTO

VERSIONE del decreto pubblicata in Gazzetta Ufficiale (1)

VERSIONE del decreto approvata dal Senato (e quindi definitiva)

PERFEZIONAMENTO della DEFINIZIONE

Pagamento di un importo pari al valore della controversia; sono esclusi gli interessi, le sanzioni e gli altri accessori.

Identico.

Se l’Agenzia delle Entrate è soccombente nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare depositata alla data del 24 ottobre 2018, la definizione può avvenire con il pagamento:

del 50 per cento del valore della controversia in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado

del 40 per cento del valore della controversia in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado

di 1/5 del valore, in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado

del 15 per cento del valore, in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado

Ricorso pendente iscritto nel primo grado

La controversia può essere definita con il pagamento del 90 per cento del valore della controversia

Accoglimento parziale del ricorso o comunque di soccombenza

ripartita tra il contribuente e l’Agenzia delle Entrate

L’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni è dovuto:

  • per intero relativamente alla parte di atto confermata dalla pronuncia giurisdizionale;
  • in misura ridotta per la parte di atto annullata.

Controversie tributarie pendenti innanzi alla Corte di Cassazione alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, per le quali l’Agenzia delle Entrate risulti soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio

Possono essere definite con il pagamento di un importo pari al 5 per cento del valore della controversia

(1) Ed entrata in vigore il 24 ottobre 2018.

 

 

VALORE della CONTROVERSIA

Il valore della controversia è stabilito ai sensi dell’art. 12, comma 2, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546.

LITI sulle SANZIONI NON COLLEGATE al TRIBUTO

Per le controversie riguardanti esclusivamente sanzioni non collegate al tributo, occorre il pagamento del:

  • 15 per cento del valore della controversia in caso di soccombenza dell’Agenzia nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare sul merito o sull’ammissibilità dell’atto introduttivo del giudizio, depositata alla data del 24 ottobre 2018;
  • 40 per cento negli altri casi (soccombenza del contribuente, mancanza di una pronuncia, ecc.).

LITI sulle SANZIONI COLLEGATE al TRIBUTO

Per le controversie riguardanti esclusivamente sanzioni collegate al tributo cui si riferiscono, per la definizione non è dovuto alcun importo relativo alle sanzioni qualora il rapporto relativo ai tributi sia stato definito anche con modalità diverse dalla definizione in esame.

RATEIZZAZIONE

È ammessa fino a 20 rate trimestrali per importi sopra i 1.000 euro.

Il termine di pagamento delle rate successive alla prima scade il 31 agosto, 30 novembre, 28 febbraio e 31 maggio di ciascun anno a partire dal 2019.

Sulle rate successive alla prima, si applicano gli interessi legali calcolati dal 1° giugno 2019 alla data del versamento.

COMPENSAZIONE

Non è ammessa.

TERMINI

Le somme dovute per la definizione o la prima rata dovranno essere versate entro il 31 maggio 2019.

CONTROVERSIE AUTONOME

Occorre presentare una distinta domanda di definizione, entro il 31 maggio 2019, esente dall’imposta di bollo.

Per controversia autonoma, si intende quella relativa a ciascun atto impugnato.

ASSENZA di IMPORTI da VERSARE

Qualora non vi siano importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda.

SOSPENSIONE delle LITI

Le controversie definibili sono sospese solo a seguito di apposita istanza al giudice nella quale il richiedente dichiara di volersi avvalere delle disposizioni in commento; in tal caso, il processo è sospeso fino al 10 giugno 2019.

Con il deposito, entro tale data, di copia della domanda di definizione e del versamento degli importi dovuti o della prima rata, si determina l’ulteriore sospensione del processo fino al 31 dicembre 2020.

SOSPENSIONE dei TERMINI di IMPUGNAZIONE

Per le controversie definibili, sono sospesi per 9 mesi i termini di impugnazione, anche incidentale, delle pronunce giurisdizionali e di riassunzione che scadono dal 24 ottobre 2018 al 31 luglio 2019.

RAPPORTI con la “ROTTAMAZIONE”

Qualora le somme interessate dalle controversie definibili siano oggetto di “rottamazione” ex art. 1, comma 4, del D.L. 16 ottobre 2017, n. 148, convertito con modifiche dalla Legge 4 dicembre 2017, n. 172, il perfezionamento della definizione della lite è subordinato al versamento entro il 7 dicembre 2018.

DINIEGO della DEFINIZIONE

Dovrà essere notificato entro il 31 luglio 2020 e potrà essere impugnato entro 60 giorni.

Il processo si estingue in mancanza di un’istanza di trattazione presentata entro il 31 dicembre 2020 dalla parte che ne ha interesse.

ENTI LOCALI

Entro il 31 marzo 2019 gli enti locali possono applicare la definizione agevolata in esame alle controversie nelle quali sono parte.

COOBLIGATI

La definizione che sia stata perfezionata dal coobbligato, produce effetti anche per gli altri, compresi quelli per i quali la controversia non sia più pendente.

 

DEFINIZIONE AGEVOLATA dei PVC (PROCESSI VERBALI di CONSTATAZIONE) (ART. 1)

CONDIZIONI

È possibile definire solo i verbali per i quali, alla data del 24 ottobre 2018, non è stato ancora notificato un avviso di accertamento o ricevuto un invito al contraddittorio di cui all’art. 5, comma 1, del D.Lgs. 19 giugno 1997, n. 218.

TERMINI

Sono definibili i processi verbali di constatazione notificati entro il 24 ottobre 2018, attraverso la presentazione – entro il 31 maggio 2019 – di una dichiarazione integrativa o della prima dichiarazione, e il versamento – entro il 31 maggio 2019 – in unica soluzione  o della prima rata delle imposte autoliquidate.

 

Rateazione

È ammesso il versamento in un numero massimo di 20 rate. In sede di conversione è stato previsto che le rate successive alla prima debbano essere versate entro l’ultimo giorno di ciascun trimestre. Sull’importo delle rate successive alla prima sono dovuti gli interessi legali calcolati dal giorno successivo al termine per il versamento della prima rata.

Fatta eccezione per quanto disposto sopra con riferimento agli interessi legali, non devono essere versati altri interessi e sanzioni.

COMPENSAZIONE

È esclusa.

TERMINI DI ACCERTAMENTO

Con riferimento ai periodi d’imposta fino al 31 dicembre 2015, oggetto dei processi verbali di constatazione di cui sopra, sono prorogati di due anni i termini di cui all’art. 43 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, all’art. 57del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 e all’art. 20, comma 1, del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472.

 

DEFINIZIONE AGEVOLATA degli ATTI del PROCEDIMENTO di ACCERTAMENTO (ART. 2)

ATTI DEFINIBILI

La norma prevede la possibilità di accedere alla definizione agevolata anche per i seguenti atti, se notificati entro il 24 ottobre 2018 (semprechè non vengano impugnati e siano ancora impugnabili alla stessa data):

  • avvisi di accertamento;
  • avvisi di rettifica e di liquidazione;
  • atti di recupero.

 

Disciplina

In materia è intervenuto il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate 9 novembre 2018, n. 298724.

IMPORTI DOVUTI

La definizione agevolata si perfeziona con il versamento delle somme dovute per le sole imposte, senza le sanzioni, gli interessi e gli eventuali accessori, entro il 23 novembre 2018 o, se più ampio, entro il termine di cui all’art. 15, comma 1, del D.Lgs. 19 giugno 1997, n. 218, che residua dopo la medesima data.

INVITI al CONTRADDITTORIO

Le somme contenute negli inviti al contraddittorio di cui agli articoli 5, comma 1, lettera c), e 11, comma 1, lettera b-bis), del D.Lgs. n. 218/1997, notificati entro il 24 ottobre 2018, potevano essere definiti con il pagamento delle somme dovute per le sole imposte, senza le sanzioni, gli interessi e gli eventuali accessori, entro il 23 novembre 2018.

ACCERTAMENTI con ADESIONE

Gli accertamenti con adesione sottoscritti entro il 24 ottobre 2018 potevano essere perfezionati con il pagamento, entro il termine di cui all’art. 8, comma 1, del D.Lgs. n. 218/1997, delle sole imposte, senza le sanzioni, gli interessi e gli eventuali accessori.

PAGAMENTO RATEALE

Per tutte le definizioni di cui sopra è possibile optare per il versamento rateale, fino a 20 rate trimestrali di pari importo.

COMPENSAZIONE

È vietata.

VOLUNTARY DISCLOSURE

Gli atti emessi nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria di cui all’art. 5-quater del D.L. 28 giugno 1990, n. 167, convertito con modifiche dalla Legge 4 agosto 1990, n. 227, sono esclusi dalla definizione agevolata.

 

DICHIARAZIONE INTEGRATIVA SPECIALE (ART. 9)

Nel corso dei lavori parlamentari è stata soppressa la norma che consentiva la presentazione di una dichiarazione integrativa speciale per le annualità pregresse.

 

DEFINIZIONE delle IRREGOLARITÀ FORMALI (ART. 9)

AMBITO APPLICATIVO

In sede di conversione del decreto è stato riscritto l’art. 9: la norma prevede ora la possibilità di accedere alla definizione agevolata delle violazioni di natura formale, che:

  • non rilevano sulla determinazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi, dell’Iva e dell’Irap e sul pagamento dei tributi;
  • sono state commesse fino al 24 ottobre 2018.

 

Disciplina attuativa

Sarà contenuta in un apposito provvedimento.

VERSAMENTO

200 euro per ciascun periodo d’imposta cui si riferiscono le violazioni.

 

Rateazione

Il versamento dovrà essere effettuato in due rate di pari importo, entro il 31 maggio 2019 e il 2 marzo 2020.

VOLUNTARY DISCLOSURE

Sono esclusi dalla sanatoria gli atti di contestazione o irrogazione delle sanzioni emessi nell’ambito della voluntary disclosure (di cui all’art. 5-quater del D.L. 28 giugno 1990, n. 167, convertito con modifiche dalla Legge 4 agosto 1990, n. 227).

ATTIVITÀ ESTERE

La norma preclude inoltre l’accesso alla definizione agevolata per l’emersione di attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute all’estero.

VIOLAZIONI GIÀ CONTESTATE

Sono escluse dalla sanatoria in esame le violazioni che risultino già contestate in atti divenuti definitivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

NOTIFICA della CONTESTAZIONE

Per le violazioni commesse fino al 31 dicembre 2015, oggetto di pvc, sono prorogati di 2 anni i termini per la notifica della contestazione (di cui all’art. 20, comma 1, del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472).

 

DEFINIZIONE AGEVOLATA per SOCIETÀ ed ASSOCIAZIONI SPORTIVE DILETTANTISTICHE (ART. 7)

DEFINIZIONE AGEVOLATA degli ATTI del PROCEDIMENTO di ACCERTAMENTO (1)

Sono ammesse anche le società ed associazioni sportive dilettantistiche che risultino iscritte al Coni alla data del 31 dicembre 2017: a tal fine occorre versare un importo pari al:

  • 50 per cento delle maggiori imposte accertate (per l’Iva si veda sotto);
  • 5 per cento delle sanzioni irrogate e degli interessi dovuti.

L’Iva è però dovuta per intero.

DEFINIZIONE AGEVOLATA delle LITI PENDENTI (1)

Si perfeziona con il versamento di un importo pari al:

  • 40 per cento del valore della lite e al 5 per cento delle sanzioni e degli interessi accertati nel caso in cui, alla data del 24 ottobre 2018, questa penda ancora nel primo grado di giudizio;
  • 10 per cento del valore della lite e al 5 per cento delle sanzioni e degli interessi accertati, in caso di soccombenza in giudizio del Fisco nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale resa e non ancora definitiva alla data del 24 ottobre 2018;
  • 50 per cento del valore della lite e al 10 per cento delle sanzioni e interessi accertati in caso di soccombenza in giudizio della società o associazione sportiva nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale resa e non ancora definitiva al 24 ottobre 2018.

 

DEFINIZIONE AGEVOLATA di IVA e DAZI all’IMPORTAZIONE (ART. 5)

AMBITO APPLICATIVO

Possono essere oggetto di definizione agevolata i carichi affidati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 a titolo di risorse proprie dell’Unione europea (quindi dazi) e di Iva riscossa all’importazione.

TERMINE per la DOMANDA di ADESIONE

30 aprile 2019

 

MODELLO

DA-2018-D

MODALITÀ di PRESENTAZIONE dell’ISTANZA

La domanda può essere:

  • consegnata agli sportelli di Agenzia delle Entrate-Riscossione

oppure

  • inviata tramite pec insieme alla fotocopia del documento di identità, all’indirizzo pec della Direzione regionale di riferimento. (1)

ADEMPIMENTI dell’AGENZIA delle ENTRATE-RISCOSSIONE

Entro il 31 luglio 2019 saranno inviati la “Comunicazione delle somme dovute” e i bollettini di pagamento con le singole scadenze.

IMPORTI DOVUTI

Il contribuente è tenuto a pagare:

  • il capitale, e quindi il tributo;
  • gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo;
  • le spese sostenute dall’agente della riscossione;
  • un importo a titolo di interessi di mora. (2)

TERMINI di VERSAMENTO

Queste le scadenze:

  • I o unica rata: 30 settembre 2019
  • II rata: 30 novembre 2019
  • Versamenti successivi: (3) 31 luglio e 30 novembre di ciascun anno.

MODALITÀ di PAGAMENTO

Sono le medesime viste sopra.

(1) Il cui elenco è pubblicato a pag. 4 del modello DA-2018-D e pubblicato sul portale web.
(2) Che sarà determinato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
(3) Massimo altre 8 rate; quindi in totale 5 anni.

 

NOVITÀ in MATERIA di FATTURAZIONE

FATTURA ELETTRONICA – SANZIONI (ART. 10)

Esclusa l’applicazione di sanzioni per il primo semestre del periodo d’imposta 2019 in caso di emissione della fattura elettronica oltre il termine, ma comunque nei termini relativi alla liquidazione periodica Iva (mensile o trimestrale): così dispone il nuovo art. 1, comma 6, del D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 127.

Si applicano invece le sanzioni nella misura del 20 per cento se la fattura emessa tardivamente partecipa alla liquidazione periodica del mese o trimestre successivo. 

In sede di conversione in legge è stato previsto che per i contribuentiche effettuano la liquidazione periodica Iva con cadenza mensile tale norma si applica fino al 30 settembre 2019.

 

Cessionario

Se il cessionario ha detratto l’imposta in assenza di una fattura elettronica, nei confronti del medesimo non si applicano le sanzioni qualora il documento venga emesso entro i termini della propria liquidazione periodica.

FATTURA ELETRONICA – ESCLUSIONI – TERZO SETTORE (ART. 10)

In sede di conversione in legge è stato previsto che sono esonerati dall’obbligo di fatturazione elettronica i soggetti passivi che hanno esercitato l’opzione di cui agli articoli 1 e 2 della Legge 16 dicembre 1991, n. 398, e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a 65mila euro (art. 1, comma 3, D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 127). La norma precisa inoltre che detti soggetti, se nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo superiore a 65mila euro, sono tenuti ad assicurare che la fattura sia emessa per loro conto dal cessionario o committente soggetto passivo Iva.

Gli obblighi di fatturazione e registrazione relativi a contratti di sponsorizzazione e pubblicità in capo a soggetti di cui agli articoli 1 e 2 della Legge n. 398/1991, nei confronti di soggetti passivi stabiliti in Italia, sono adempiuti dai cessionari.

FATTURA ELETTRONICA – CONSERVAZIONE – SOGEI (ART. 10)

La disposizione, introdotta in sede di conversione in legge, prevede che per il servizio di conservazione gratuito delle fatture elettroniche, reso disponibile dall’Agenzia delle Entrate, Sogei S.p.a. non può avvalersi di soggetti terzi (art. 1, comma 6-bis, D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 127).

FATTURA ELETTRONICA – OPERATORI SANITARI (ART. 10-BIS)

La norma – introdotta in sede di conversione in legge – prevede che per il periodo d’imposta 2019, sono esonerati dagli obblighi di fatturazione elettronica i soggetti tenuti all’invio dei dati al Sistema tessera sanitaria (Sts), ai fini della dichiarazione dei redditi precompilata. L’esonero, peraltro, è limitato alle fatture i cui dati sono inviati al Sistema tessera sanitaria.

FATTURA ELETTRONICA – OPERATORI che OFFRONO SERVIZI di PUBBLICA UTILITA’ (ART. 10-TER)

La norma – introdotta in sede di conversione – demanda ad un successivo provvedimento dell’Agenzia delle Entrate la definizione delle regole tecniche per l’emissione delle fatture elettroniche tramite il Sistema di interscambio (SdI) da parte dei soggetti passivi Iva che forniscono servizi disciplinati dai DD.MM. 24 ottobre 2000, n. 366, e 24 ottobre 2000, n. 370, nei confronti dei soggetti persone fisiche che non operano nell’ambito di attività d’impresa, arte e professione (art. 1, comma 6-quater, D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 127).

Tali regole tecniche, peraltro, si applicheranno esclusivamente per le fatture elettroniche emesse nei confronti dei consumatori finali con i quali sono stati stipulati contratti prima del 1° gennaio 2005 e dei quali non è stato possibile identificare il codice fiscale.

EMISSIONE delle FATTURE (ART. 11)

Dal 1° luglio 2019, le fatture potranno essere emesse entro 10 giorni dall’effettuazione dell’operazione (art. 21, comma 4, del D.P.R. n. 633/1972).

REGISTRAZIONE delle FATTURE EMESSE (ART. 12)

Tutte le fatture emesse devono essere annotate entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione (art. 23, comma 1, del D.P.R. n. 633/1972).

È peraltro confermata la deroga contenuta nell’art. 21, comma 4, terzo periodo, lettera b), del D.P.R. n. 633/1972.

NUMERAZIONE PROGRESSIVA delle FATTURE (ART. 13)

Viene abrogata (art. 25, comma 1, del D.P.R. n. 633/1972).

DETRAZIONE IVA (ART. 14)

Il diritto alla detrazione può essere esercitato per tutte le fatture ricevute ed annotate entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione (art. 1, comma 1, del D.P.R. 23 marzo 1998, n. 100).

La medesima facoltà non è ammessa con riferimento alle operazioni effettuate in un anno di imposta le cui fatture di acquisto sono ricevute nell’anno successivo.

REGISTRI IVA – SEMPLIFICAZIONI ed ESONERI (ART. 15)

A partire dalle operazioni Iva 2020, l’Agenzia delle Entrate metterà a disposizione di tutti i soggetti passivi Iva residenti e stabiliti in Italia, in un’apposita area riservata del proprio sito internet, le bozze dei seguenti documenti:

  • registri delle fatture emesse e degli acquisti (di cui agli articoli 23 e 25 del D.P.R. n. 633/72);
  • liquidazione periodica Iva;
  • dichiarazione annuale Iva.

 

Esoneri

Per i soggetti passivi Iva che – anche tramite gli intermediari di cui all’art. 3, comma 3, del D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322 – convalidano o integrano i dati contenuti in tali bozze, viene meno l’obbligo di tenuta dei citati registri di cui agli articoli 23 e 25 del decreto Iva, fatta salva la tenuta del registro dei ricavi dei soggetti in contabilità semplificata (ex art. 18, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973).

Permane comunque l’obbligo di tenere i registri Iva per i soggetti che optano per la tenuta dei registri secondo le modalità di cui all’art. 18, comma 5, del D.P.R. 600/1973 (art. 4, D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 127).

INVIO dei CORRISPETTIVI (ART. 17)

Viene introdotto l’obbligo generalizzato di memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi. Viene quindi superato l’attuale regime opzionale di memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi (art. 2, D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 127).

 A tal fine gli operatori dovranno dotarsi di strumenti hardware e software (i cosiddetti Registratori Telematici – RT).

 

Decorrenza

Tale obbligo entrerà in vigore:

  • dal 1° luglio 2019 per i soggetti con un volume d’affari superiore a 400 mila euro;
  • dal 1° gennaio 2020, per tutti gli altri.

“LOTTERIA dei CORRISPETTIVI” (ART. 18)

Partirà dal 1° gennaio 2020.

Si ricorda che l’iniziativa è prevista dall’art. 1, commi da 537 a 544, della Legge 11 dicembre 2016, n. 232 (Legge di Bilancio 2017).

 

REVERSE CHARGE “FACOLTATIVO” (ART. 2, COMMA 2-BIS)

PROROGA

Disposta la proroga al 30 giugno 2022 dell’applicazione del reverse charge “facoltativo”. La norma, in particolare, modifica l’art. 17, comma 8, del D.P.R. n. 633/1972, il quale attualmente dispone che l’inversione contabile “facoltativa” Iva per alcune operazioni specifiche si applichi fino al 31 dicembre 2018.

Al riguardo si ricorda che:

  • per le operazioni di cui all’art. 199 della Direttiva 2006/112/CE, l’applicazione dell’inversione contabile può essere adottata dagli Stati membri senza la necessità di un’autorizzazione preventiva, essendo sufficiente una semplice comunicazione al Comitato Iva di cui all’art. 398 della medesima Direttiva;
  • il successivo art. 199-bis della Direttiva 2006/112/CE ha individuato ulteriori fattispecie rispetto alle quali gli Stati membri possono decidere di applicare il meccanismo del reverse charge (previa comunicazione al Comitato Iva);
  • l’art. 17, comma 6, lettere b), c), d-bis), d-ter) e d-quater), del decreto Iva, indica le categorie di beni e servizi per le quali l’Italia ha inteso far uso della deroga. Si tratta delle seguenti attività:
    1. cessioni di telefoni cellulari, esclusi componenti e accessori;
    2. cessioni di dispositivi a circuito integrato, quali microprocessori e unità centrali di elaborazione, effettuate prima della loro installazione in prodotti destinati al consumatore finale (sono peraltro esclusi i computer e i loro accessori);
    3. cessioni di console da gioco, tablet PC e laptop;
    4. trasferimenti di quote di emissioni di gas a effetto serra trasferibili;
    5. trasferimenti di altre unità utilizzabili dai gestori per conformarsi alla citata Direttiva 2003/87/CE e di certificati relativi al gas e all’energia elettrica;
    6. cessioni di gas e di energia elettrica a un soggetto passivo-rivenditore.

 

ASSEGNI PRIVI della CLAUSOLA di NON TRASFERIBILITÀ (ART. 9-BIS)

SANZIONI

In sede di conversione è stata introdotta una norma che – attraverso l’inserimento del comma 1-bis all’art. 63 del D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231 – modifica la disciplina sanzionatoria relativa all’emissione di assegni privi della clausola di non trasferibilità. Si prevede in particolare che per tale violazione, se l’importo è inferiore a 30mila euro, l’entità della sanzione minima è pari al 10 per cento dell’importo trasferito.

La regola si applica:
• qualora ricorrano le circostanze di minore gravità della violazione, accertate ai sensi dell’art. 67 del richiamato D.Lgs. n. 231/2007;
• anche ai procedimenti amministrativi in corso al 24 ottobre 2018.

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Il Decreto Legge n. 119/2018 del 23 ottobre 2018 ha previsto diverse forme di pacificazione fiscale. Il decreto, attualmente all’esame del Parlamento per la conversione in legge, potrebbe subire modifiche prima dell’approvazione del testo definitivo. Le disposizioni in esso contenute sono però importanti e ne anticipiamo una prima sintesi.

 

La definizione agevolata dei PVC

L’art. 1 del D.L. n. 119/2018 ha introdotto la definizione agevolata dei processi verbali di constatazione (PVC).

Secondo tale disposizione, il contribuente può definire il contenuto integrale dei PVC redatti e consegnati entro il 24 ottobre 2018 (data di entrata in vigore del decreto), presentando la relativa dichiarazione per regolarizzare le violazioni constatate nel verbale in materia di imposte sui redditi e relative addizionali, contributi previdenziali e ritenute, imposte sostitutive, IRAP, IVIE, IVAFE e IVA. È possibile definire solo i PVC per i quali, alla predetta data, non è stato ancora notificato un avviso di accertamento o ricevuto un invito al contraddittorio.

Le dichiarazioni dovranno essere presentate entro il 31 maggio 2019 con le modalità che saranno stabilite da un provvedimento del direttore dell’Agenzia Entrate, per i periodi di imposta per i quali non sono scaduti i termini di accertamento.

Nella dichiarazione di “regolarizzazione” non potranno essere utilizzate, a scomputo dei maggiori imponibili dichiarati, le perdite pregresse.

In caso di PVC consegnato a soggetti in regime di trasparenza (ex artt. 5, 115 e 116 del TUIR) la dichiarazione potrà essere presentata anche dai soggetti partecipanti, ai quali si applicheranno le stesse disposizioni per regolarizzare le imposte dovute sui maggiori redditi di partecipazione ad essi imputabili.

Le imposte autoliquidate nelle dichiarazioni presentate, relative a tutte le violazioni constatate per ciascun periodo d’imposta, dovranno essere versate, senza applicazione delle sanzioni e degli interessi, entro il 31 maggio 2019.

La definizione del PVC si perfezionerà con la presentazione della dichiarazione ed il versamento in unica soluzione o della prima rata nei termini indicati.

In deroga allo Statuto del Contribuente, per i periodi di imposta fino al 31/12/2015 oggetto di PVC definiti, i termini di accertamento sono prorogati di due anni.

 

La definizione agevolata degli atti di accertamento

L’art. 2 del D.L. n. 119/2018 ha introdotto la definizione agevolata degli atti di accertamento.

Gli avvisi di accertamento, gli avvisi di rettifica e di liquidazione, gli atti di recupero notificati entro il 24 ottobre 2018 (data di entrata in vigore del decreto), non impugnati e ancora impugnabili alla stessa data, potranno essere definiti pagando le somme complessivamente dovute per le sole imposte, senza le sanzioni, gli interessi e gli eventuali accessori, entro 30 giorni dalla predetta data o, se più ampio, entro il termine di proposizione del ricorso che residua dopo la data di entrata in vigore del Decreto.

La disposizione si applica, negli stessi termini, anche alle somme contenute negli inviti al contradditorio notificati entro il 24 ottobre 2018. Inoltre, la definizione è applicabile anche agli accertamenti con adesione sottoscritti entro il 24 ottobre 2018. In questo caso, il versamento è dovuto entro 20 giorni (dunque entro il 13 novembre 2018).

È esclusa la compensazione prevista dall’art. 17 del D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241.

Per quanto riguarda i debiti relativi alle risorse proprie tradizionali dell’UE, indicate nell’art. 2, par. 1, lettera a), della decisione n. 2014/335/UE (dazi doganali in genere), il debitore deve corrispondere oltre all’imposta anche gli interessi di mora previsti dall’art. 114, par.1, del regolamento UE n. 952/2013.

Non possono essere oggetto di definizione gli atti emessi nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria di cui all’art. 5-quater del D.L. n. 167/1990 (“voluntary disclosure”).

 

La rottamazione delle cartelle-ter

L’art. 3 del D.L. n. 119/2018 ha previsto la possibilità di aderire a una “nuova” definizione agevolata dei ruoli, la cosiddetta “rottamazione delle cartelle-ter”.

Per aderire alla definizione agevolata occorrerà presentare l’apposito modello entro il 30 aprile 2019 e potranno essere definiti i carichi affidati all’Agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017.

Il modello da presentare, denominato modulo DA-2018, è disponibile sul sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it.

Per quanto riguarda le modalità di presentazione, coloro che hanno una casella di posta elettronica certificata (PEC) possono inviare il modulo DA-2018, insieme alla copia del documento di identità, alla casella PEC della Direzione Regionale dell’Agenzia Entrate Riscossione di riferimento (l’elenco si trova a pagina 4 del modulo DA-2018 e sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it.).

In alternativa il modulo di adesione può essere anche consegnato agli sportelli di Agenzia Entrate Riscossione presenti sul territorio nazionale (esclusa la regione Sicilia).

Successivamente alla presentazione, Agenzia Entrate Riscossione invierà una comunicazione di accoglimento o di diniego entro il 30 giugno 2019. In caso di risposta positiva, l’Agente della riscossione comunicherà l’ammontare del debito ammesso alla definizione agevolata inviando i relativi bollettini di pagamento.

È possibile richiedere un prospetto informativo con l’elenco dei ruoli rottamabili, e non, accedendo al sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it e compilando e inviando successivamente la documentazione richiesta.

In caso di adesione alla sanatoria verranno cancellati:

  • gli interessi di mora e le sanzioni incluse in tali carichi (fatta eccezione per le sanzioni amministrative per violazioni del Codice della Strada);
  • le somme e le sanzioni aggiuntive (dovute anche sui contributi previdenziali).

Resteranno da pagare:

  • le somme a titolo di interessi e capitale;
  • le somme maturate a titolo di aggio e di rimborso delle spese per le procedure esecutive e per la notifica della cartella di pagamento.

 

Il pagamento delle somme per i carichi affidati dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 potrà avvenire in un’unica soluzione con il versamento del 100% di quanto dovuto entro il 31 luglio 2019 oppure con versamento rateale in un numero massimo di 10 rate di pari importo scadenti il 31 luglio e il 30 novembre a decorrere dal 2019.

In caso di versamento rateale si applicherà il tasso del 2% annuo, a decorrere dal 1° agosto 2019.

 

A seguito della presentazione della dichiarazione:

  1. sono sospesi i termini di prescrizione e decadenza per il recupero degli importi indicati nella medesima;
  2. sono sospesi gli obblighi di pagamento derivanti da precedenti dilazioni, fino alla scadenza della prima o unica rata delle somme dovute a seguito di adesione alla definizione agevolata.
  • per gli stessi carichi, l’agente della riscossione non potrà:
  1. avviare nuove azioni esecutive o iscrivere nuovi fermi amministrativi e ipoteche, fatti salvi i fermi amministrativi e le ipoteche già iscritti alla data di presentazione della dichiarazione;
  2. proseguire le procedure di recupero coattivo già avviate, sempreché non si sia ancora tenuto il primo incanto con esito positivo.

 

L’adesione alla rottamazione di un ruolo comporta l’impegno a rinunziare alla prosecuzione dell’eventuale contenzioso riferito al ruolo stesso.

La “rottamazione” può rappresentare una interessante opportunità, specialmente nei casi in cui prevalgono sanzioni e interessi di mora. Tuttavia non sono applicabili le norme sulla rateizzazione dei debiti con l’Agente di riscossione (che prevedono 72 rate o 120 rate mensili); l’adesione alla “rottamazione” comporterà quindi un maggior impegno finanziario nel breve termine.

Riteniamo innanzitutto opportuno verificare la posizione dei ruoli in essere (che talvolta riserva qualche spiacevole sorpresa).

 

ATTENZIONE: Invitiamo quindi, chi non avesse già provveduto, a richiedere ad Agenzia Entrate-Riscossione un estratto conto dei ruoli accedendo ai servizi online messi a disposizione sul sito dell’Agenzia Entrate-Riscossione.

 

Chi avesse già aderito alla definizione agevolata prevista dal D.L. n. 148/2017 (cosiddetta “rottamazione-bis”), ma non fosse riuscito a saldare le prime rate scadute, potrà regolarizzare la propria situazione entro il 7 dicembre 2018.

L’art. 3 del D.L. n. 119/2018 stabilisce, infatti, che i contribuenti che pagheranno gli importi scaduti entro il prossimo 7 dicembre rientreranno automaticamente nei benefici previsti dalla nuova rottamazione.

A tal fine, senza alcun ulteriore adempimento a carico dei debitori, Agenzia delle Entrate-Riscossione invierà entro il 30 giugno 2019 una nuova “Comunicazione” con il differimento dell’importo residuo da pagare relativo alla “rottamazione-bis”, ripartito in 10 rate di pari importo (5 anni) con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno, a partire dal 2019. Gli interessi a decorrere dal 1° agosto 2019 saranno calcolati nella misura dello 0,3%.

Il mancato versamento delle somme dovute entro il 7 dicembre 2018 preclude la possibilità di usufruire della rottamazione-ter.

 

Lo stralcio dei debiti fino a 1.000 euro

L’art. 4 del D.L. n. 119/2018 prevede che i debiti di importo residuo fino a 1.000 euro affidati all’Agente di riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010 siano automaticamente annullati.

Non è necessaria una manifestazione di volontà da parte del beneficiario. L’annullamento è “automatico” e sarà effettuato alla data del 31 dicembre 2018 ma con effetti che si producono sin dal 24 ottobre 2018 (data di entrata in vigore del decreto).

Nel calcolo del limite di 1.000 euro si prendono in considerazione tutte le somme dovute in relazione al singolo carico (cioè singola partita di ruolo), e quindi comprendendo capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni. Poiché l’effetto si produce dal 24 ottobre, se sono stati effettuati pagamenti parziali in relazione a quel carico si prenderà in considerazione solo il debito residuo.

Se il debitore avesse già pagato il debito relativo al ruolo alla data del 23 ottobre 2018, non avrà diritto al rimborso delle somme versate. Se invece l’avesse fatto dal 24 ottobre in poi, le somme versate saranno imputate alla definizione agevolata anteriormente al versamento, oppure, in mancanza, a debiti scaduti o in scadenza. Nel caso in cui non ci fossero debiti, Agenzia Entrate riscossione notificherà l’invito a ritirare il rimborso delle somme versate.

Sono esclusi dallo stralcio:

  • le somme dovute a seguito di recupero di aiuti di Stato ai sensi dell’art. 16 del Regolamento (UE) n. 2015/1589 del Consiglio del 13 luglio 2015;
  • i crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei Conti;
  • le multe, le ammende e le sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna;
  • risorse proprie tradizionali di cui all’art. 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni 2007/436/CE e 2014/335/UE (ad esempio i dazi doganali);
  • IVA riscossa all’importazione.

 

Definizione agevolata dei carichi affidati all’Agente della riscossione a titolo di risorse proprie dell’UE

L’art. 5 del D.L. n. 119/2018 prevede la possibilità di definizione agevolata dei carichi inerenti risorse proprie tradizionali di cui all’art. 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni n. 2007/436/CE e 2014/335/UE (ad esempio i dazi doganali) e l’IVA riscossa all’importazione.

Le modalità per aderire alla definizione agevolata, nonché le relative condizioni, sono le medesime stabilite per gli altri carichi, con alcune deroghe. Ad esempio, per quanto riguarda le risorse proprie tradizionali dell’UE di cui all’art. 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni n. 2007/436/CE e 2014/335/UE, vanno versati anche gli interessi di mora previsti dall’art. 114 par 1, del Regolamento UE n. 952/2013.

Il modello da presentare per la richiesta di definizione, denominato modulo DA-2018-D, è disponibile sul sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it. Il termine per la presentazione è il 30 aprile 2019.

Per quanto riguarda le modalità di presentazione, coloro che hanno una casella di posta elettronica certificata (PEC) possono inviare il modulo DA-2018-D, insieme alla copia del documento di identità, alla casella pec della Direzione Regionale dell’Agenzia Entrate Riscossione di riferimento (l’elenco si trova a pagina 4 del modulo DA-2018-D e sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it).

In alternativa il modulo di adesione può essere anche consegnato agli sportelli di Agenzia Entrate-Riscossione presenti sul territorio nazionale (esclusa la regione Sicilia).

Entro il 31 luglio 2019 l’Agente di riscossione comunicherà ai debitori che avranno richiesto la definizione agevolata l’ammontare delle somme dovute con le relative scadenze. La prima/unica rata andrà pagata entro il 30 settembre 2019. La seconda scadrà il 30 novembre 2019 e le restanti il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno successivo.

 

Definizione agevolata delle controversie tributarie

L’art. 6 del D.L. n. 119/2018 stabilisce che le controversie attribuite alla giurisdizione tributaria, aventi ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, potranno essere definite, a domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio o di chi vi è subentrato o ne ha la legittimazione, con il pagamento di un importo pari al valore della controversia. Per valore della controversia si intende l’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato; in caso di controversie relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore è costituito dalla somma di queste.

Inoltre, in caso di soccombenza dell’Agenzia delle Entrate nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare depositata alla data di entrata in vigore del decreto (24 ottobre 2018), le controversie potranno essere definite con il pagamento:

  • del 50% del valore della controversia in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado;
  • del 20% del valore della controversia in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado.

Nel caso di controversie riferite esclusivamente a sanzioni non collegate al tributo, la definizione potrà avvenire:

  • con il pagamento del 15% del valore della controversia in caso di soccombenza dell’Agenzia Entrate nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare depositata alla data di entrate in vigore del decreto;
  • con il pagamento del 40 % negli altri casi.

Nel caso di sanzioni collegate ai tributi cui si riferiscono, per la definizione non sarà dovuto alcun importo relativo alle sanzioni nel caso in cui il rapporto relativo ai tributi dovesse essere definito, anche con modalità diverse dalla presente definizione.

 

Regolarizzazione fiscale per società e associazioni sportive dilettantistiche iscritte nel registro CONI

L’art. 7 del D.L. n. 119/2018 stabilisce regole particolari di definizione per le società e associazioni sportive dilettantistiche iscritte nel registro CONI. Oltre a poter avvalersi della dichiarazione integrativa speciale prevista per la generalità dei contribuenti prevista dall’art. 9 del D.L. n. 119/2018, questi soggetti potranno avvalersi:

  • della definizione agevolata degli atti di accertamento previsto dall’art. 2 del decreto, versando un importo pari al 50% delle maggiori imposte accertate (ad eccezione dell’IVA, che va versata per intero), ed al 5% delle sanzioni irrogate e degli interessi dovuti;
  • della definizione agevolata delle liti pendenti, prevista dall’art. 6 del D.L. n. 119/2018 con il versamento del:
    • 40% del valore della lite e del 5% delle sanzioni e degli interessi accertati, nel caso in cui, alla data di entrata in vigore del decreto (24 ottobre 2018) questa sia ancora pendente nel primo grado di giudizio;
    • 10% dal valore della lite e del 5% delle sanzioni e degli interessi accertati, in caso di soccombenza in giudizio dell’amministrazione finanziaria nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale resa e non ancora definitiva alla data di entrata in vigore del presente decreto (24 ottobre 2018);
    • 50% del valore della lite e del 10% delle sanzioni e interessi accertati in caso di soccombenza in giudizio della società o associazione sportiva nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale resa e non ancora definitiva alla data di entrata in vigore del decreto (24 ottobre 2018).

La possibilità di definizione è preclusa se l’ammontare delle imposte accertate o in contestazione, per ciascun periodo d’imposta, è superiore a 30.000 euro per ciascuna imposta, IRES o IRAP, accertata o contestata.

Resta comunque possibile la definizione agevolata prevista per la generalità dei contribuenti ai sensi degli articoli 2 e 6 del Decreto, con le regole ivi previste.

 

La dichiarazione integrativa speciale

L’art. 9 del D.L. n. 119/2018 ha introdotto la possibilità fino al 31 maggio 2019 di correggere errori od omissioni ed integrare le dichiarazioni fiscali presentate entro il 31 ottobre 2017 ai fini IRPEF, IRES, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, delle ritenute e dei contributi previdenziali, dell’IRAP e dell’IVA.

L’integrazione degli imponibili sarà ammessa nel limite di 100.000 euro di imponibile annuo e comunque di non oltre il 30% di quanto già dichiarato.

In caso di dichiarazione di un imponibile minore di 100.000 euro oppure nel caso di assenza di debito di imposta per perdite (ex artt. 8 e 84 del TUIR) il limite per l’integrazione sarà di 30.000 euro.

Sul maggior imponibile integrato, per ciascun anno di imposta, si applica (senza sanzioni, interessi e altri oneri accessori):

  1. a) un’imposta sostitutiva del 20% sul maggior imponibile IRPEF o IRES ai fini delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, dei contributi previdenziali e dell’IRAP.
  2. b) un’imposta sostitutiva del 20 % sulle maggiori ritenute;
  3. c) l’aliquota media per l’IVA, risultante dal rapporto tra l’imposta relativa alle operazioni imponibili, diminuita di quella relativa alle cessioni di beni ammortizzabili, e il volume d’affari dichiarato, tenendo conto dell’esistenza di operazioni non soggette ad imposta ovvero soggette a regimi speciali. Nei casi in cui non fosse possibile determinare l’aliquota media, si applicherà l’aliquota ordinaria del 22%

Per usufruire di tali agevolazioni i contribuenti dovranno:

  1. a) inviare una dichiarazione integrativa speciale all’Agenzia delle Entrate per uno o più periodi d’imposta per i quali, alla data di entrata in vigore del decreto (24 ottobre 2018), non siano scaduti i termini per l’accertamento;
  2. b) versare in unica soluzione quanto dovuto, entro il 31 luglio 2019, senza potersi avvalere di eventuali compensazioni dei crediti. Il versamento potrà essere ripartito in dieci rate semestrali di pari importo ed in tal caso il pagamento della prima rata dovrà essere effettuato entro il 30 settembre 2019.

Questa procedura non può essere utilizzata:

  • in caso di omessa dichiarazione per anche uno solo degli anni di imposta dal 2013 al 2016;
  • se la richiesta è presentata dopo che il contribuente ha avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche, inviti o questionari o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali, per violazione di norme tributarie, relativi all’ambito di applicazione della procedura qui esaminata;
  • per far emergere attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero;
  • per i redditi prodotti in forma associata di cui all’art. 5 del TUIR;
  • dai contribuenti che hanno esercitato l’opzione per la trasparenza fiscale ai sensi degli artt. 115 o 116 del TUIR con riferimento alle imposte dovute sui maggiori redditi di partecipazione ad essi imputabili per i rilievi formulati a seguito di accessi, ispezioni, verifiche o di qualsiasi atto impositivo a carico delle società da essi partecipate.

 

Le modalità di presentazione della dichiarazione integrativa e di versamento delle relative imposte saranno definite con provvedimenti del direttore dell’Agenzia delle Entrate.

 

Restiamo a disposizione per ogni eventuale chiarimento e per esaminare, con incontri dedicati, i casi specifici che ci vorrete sottoporre.

La disciplina in sintesi e le novità 2019

La “cedolare secca” è un regime agevolativo, che si sostanzia nel pagamento di un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali (per la parte derivante dal reddito dell’immobile) con un’aliquota del:

  • 10 per cento sul canone concordato;
  • 21 per cento sul canone di locazione libero.

Inoltre, per i contratti sotto cedolare secca non andranno pagate l’imposta di registro e l’imposta di bollo (16 euro), ordinariamente dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione. La cedolare secca non sostituisce, invece, l’imposta di registro per la cessione del contratto di locazione.

Chi può beneficiarne

Possono optare per il regime della cedolare secca le persone fisiche titolari del diritto di proprietà o del diritto reale di godimento (per esempio, usufrutto), che non locano l’immobile nell’esercizio di attività d’impresa o di arti e professioni.

Per quali immobili

L’opzione può essere esercitata per unità immobiliari appartenenti alle categorie catastali da A1 ad A11(esclusa l’A10 – uffici o studi privati), locate a uso abitativo e per le relative pertinenzelocate congiuntamenteall’abitazione, oppure con contratto separato e successivo rispetto a quello relativo all’immobile abitativo, a condizione che:

  • il rapporto di locazione intercorra tra le medesime parti contrattuali;
  • nel contratto di locazione della pertinenza si faccia riferimento a quello di locazione dell’immobile abitativo;
  • sia evidenziata la sussistenza del vincolo pertinenziale con l’unità abitativa già locata.

In presenza di più locatori contitolari, l’opzione per la cedolare secca deve essere esercitata distintamente da ciascuno.

I locatori contitolari che non esercitano l’opzione sono tenuti al versamento dell’imposta di registro calcolata sulla parte del canone di locazione loro imputabile in base alle quote di possesso. Deve essere comunque versata l’imposta di bollo sul contratto di locazione.

L’imposta di registro deve essere versata per l’intero importo stabilito nei casi in cui la norma fissa l’ammontare minimo dell’imposta dovuta.

Le novità della Manovra 2019

Il disegno di legge di bilancio 2019, attualmente in discussione presso la Camera dei Deputati, estende il regime agevolato della cedolare secca ai contratti stipulati nell’anno 2019, relativi ai locali commerciali di superfice inferiore ai 600 metri quadri (pertinenze escluse).

Più nel dettaglio, l’art. 9 del citato disegno di legge di bilancio interviene sull’ambito di applicazione dell’art. 3 del D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, che ha istituito il regime facoltativo in commento, prevedendo l’estensione della disciplina in esame anche alle unità immobiliari:
– classificate nella categoria catastale C/1;
– di superficie, al netto delle pertinenze, fino a 600 metri quadri,
e alle relative pertinenze locate congiuntamente.

Stando all’ultima versione del testo e salvo eventuali modifiche, l’agevolazione si applica ai contratti stipulati nel 2019, qualora, al 15 ottobre 2018, risulti già in essere un contratto non scaduto tra i medesimi soggetti e per lo stesso immobile, interrotto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale.

 

Come si calcola l’acconto

Nel regime agevolativo in esame, l’imposta sostitutiva si calcola applicando un’aliquota del 21 per cento sul canone di locazione annuo stabilito dalle parti. È, inoltre, prevista un’aliquota agevolata pari al 15 per cento (introdotta dal decreto “piano casa”), ridotta al 10 per cento per il quadriennio 2014-2017.

Dal 2018, l’aliquota sarebbe dovuta tornare al 15 per cento; tuttavia, la legge 27 dicembre 2017, n. 205(legge di bilancio 2018), all’art. 1, comma 16, ha prorogato l’aliquota super ridotta di altri due anni. Fino al 2019, pertanto, resta in vigore la proroga dell’aliquota agevolata del 10 per cento.

L’aliquota agevolata spetta esclusivamente per i contratti siglati per abitazioni ubicate nei Comuni:

  • con carenze di disponibilità abitative (art. 1, comma 1, lett. a e b, del D.L. 30 dicembre 1988, n. 551). Si tratta, in pratica, dei Comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia e dei Comuni confinanti con gli stessi, nonché gli altri Comuni capoluogo di provincia;
  • ad alta tensione abitativa (appositamente individuati dal CIPE);
  • per i quali è stato deliberato lo stato di emergenza nei 5 anni precedenti il 28 maggio 2014.

Per la cedolare secca, scadenze e modalità (acconto e saldo) sono le stesse dell’IRPEF. A cambiare è, invece, la misura dell’acconto, pari al 95 per cento dell’imposta sostitutiva dovuta per l’anno precedente.

Nel modello Redditi PF 2018 la liquidazione dell’imposta avviene nel “nuovo” quadro LC, dove è possibile indicare anche le ritenute subite sugli affitti brevi stipulati dal 1° luglio 2017 tramite intermediari immobiliari. Per stabilire se è dovuto o meno l’acconto relativo alla cedolare secca per l’anno 2018, occorre controllare l’importo indicato nel rigo LC1, colonna 5, “Differenza” del modello Redditi PF 2018.

Se questo importo:

  • non supera 51,65 euro, non è dovuto acconto;
  • supera 51,65 euro, è dovuto acconto nella misura del 95 per cento del suo ammontare.

L’acconto così determinato deve essere versato:

  • in unica soluzione, entro venerdì 30 novembre 2018, se l’importo dovuto è inferiore a 257,52 euro;
  • in due rate, se l’importo dovuto è uguale o superiore a 257,52 euro, di cui:
    • la prima, pari al 40 per cento, si paga con il codice tributo «1840», entro il 30 giugno (rinviabile al 31 luglio, che quest’anno slittava al 20 agosto, con una maggiorazione dello 0,40 per cento);
    • la seconda, pari al restante 60 per cento, entro il 30 novembre, con il codice tributo «1841» (che si usa anche in caso di un unico acconto).

 Il saldo del restante 5 per cento va pagato, invece, entro il 30 giugno dell’anno successivo, utilizzando il codice tributo «1842».

ACCONTO CEDOLARE SECCA

METODO STORICO = 95% IMPOSTA SOSTITUTIVA 2017

ACCONTO NUMERO RATE MISURA DEL VERSAMENTO
Se < 257,62 euro Rata unica entro il 30 novembre 2018 – Codice tributo «1841» 95% imposta dovuta per il 2017
Se > o = 257,62 euro Due rate:

  • entro il 30 giugno (o 31 luglio con maggiorazione 0,40%) – Codice tributo «1840»;
  • entro il 30 novembre 2018 – Codice tributo «1841»
  • Prima rata: 38% imposta dovuta per il 2017 (ossia il 40% del 95%);
  • seconda rata: 57% imposta dovuta per il 2017 (ossia il 60% del 95%)

 

Le modalità di versamento

In merito alle modalità di versamento dell’imposta sostitutiva in esame occorre operare una distinzione tra:

  • contribuenti che presentano il modello Redditi PF, i quali versano l’imposta sostitutiva con modello F24;
  • lavoratori dipendenti e pensionati che presentano il modello 730, i quali pagano la cedolare sotto forma di trattenuta diretta dalla busta paga o dalla pensione.
Il contribuente Mario Rossi stipula nel 2016 un contratto di locazione “4+4” e presenta la seguente situazione:

  • il canone annuo è pari a 8.400,00 euro;
  • l’imposta dovuta per il 2017 ammonta a 1.764,00 euro (= 8.400 x 21%);
  • l’acconto da pagare quest’anno con il metodo storico risulta di 1.676,00 euro (pari al 95 per cento di 1.764).

Di questi 1.676,00 euro:

  • il 40 per cento (ossia 670 euro) sono stati già versati entro il 2 luglio 2018 come primo acconto;
  • il restante 60 per cento (ossia 1.006 euro) dovrà essere versato entro il prossimo 30 novembre.

Il modello F24 per il versamento del secondo acconto (supponendo che non ci siano compensazioni) da effettuare entro il 30 novembre 2018 dovrà essere compilato come segue:

 

Alcune ipotesi particolari

Rispetto allo “schema-base” delineato, possono verificarsi alcune eccezioni.

La prima riguarda i contratti stipulati quest’anno, ossia nel 2018. Nel primo anno di adesione al regime agevolativo, infatti, non va pagato nessun acconto, in quanto manca un’imposta dovuta per l’anno precedente.

In buona sostanza, i contribuenti che hanno stipulato la cedolare per la prima volta nel 2018 dovranno versare l’imposta sostitutiva tutta a saldo il prossimo anno. Sempre nel 2019, inoltre, dovranno versare anche l’acconto per tale ultima annualità.

Appare utile sottolineare, inoltre, che l’applicazione della cedolare è autonoma per ciascun immobile e per ciascun contratto di locazione.

Si pensi a un contribuente che possiede due fabbricati, dei quali nel 2017:
– il primo è stato locato in regime IRPEF;
– il secondo risultava sfitto.
Alla luce delle predette considerazioni, se nel 2018 il fabbricato sfitto viene affittato in regime di imposta sostitutiva, non occorrerà pagare alcun acconto a titolo di cedolare secca.

Una seconda eccezione riguarda la possibilità di versare un acconto inferiore a quello calcolato in base all’imposta dovuta per il 2017 (metodo storico), utilizzando il cosiddetto “metodo previsionale”.

Il metodo in esame, infatti, può essere sempre utilizzato quando il contribuente prevede di dovere pagare per l’anno in corso un’imposta più bassa rispetto a quella dell’anno precedente.

 

Il contribuente Luca Verdi ha dato in locazione un immobile abitativo per tutto il 2017 a fronte di un canone annuale stabilito nella misura di 7.200 euro (600 euro al mese). L’acconto dovuto per il 2018 con il metodo storico è pari a 1.436 euro, ossia il 95 per cento di 1.512 euro (= 7.200 x 21%), di cui il 60 per cento (862 euro) da versare come secondo acconto entro il 30 novembre 2018 (si presume che il 40 per cento sia stato già versato).

L’immobile è rimasto però sfitto a decorrere dal 1° marzo 2018 ed il proprietario è riuscito a trovare un nuovo inquilino disponibile soltanto dal 1° luglio 2018. Il contribuente, pertanto, intende ricalcolare l’acconto 2018 con il metodo previsionale e versare il secondo acconto in misura inferiore rispetto a quanto risultante dal modello Redditi PF 2018 (con applicazione del metodo storico).

Applicando il metodo previsionale si otterrà quanto segue:

  • canone percepito nel 2018 = (7.200/12 mesi) x 8 mesi = 4.800,00 euro;
  • cedolare che sarà dovuta per il 2018 = 4.800 x 21% = 1.008,00 euro;
  • primo acconto versato (metodo storico) = 574,00 euro;
  • secondo acconto da versare con metodo previsionale = 1.008 – 574 = 434,00 euro.

Il contribuente decide di versare il secondo acconto ricalcolato e, quindi, 434 euro (e non 862 euro).

L’applicazione del metodo previsionale risulta conveniente anche in molteplici altre occasioni. Si pensi alla riduzione del canone oppure alla stipula di un contratto a canone concordato al posto di quello libero, con aliquota al 10 per cento e non al 21 per cento.

La possibilità di ridurre l’acconto con il metodo previsionale è pacificamente ammessa dal provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate 7 aprile 2011 (par. 7.2), secondo cui “il versamento dell’acconto non si considera carente se di importo almeno pari al 95 per cento della cedolare secca calcolata per l’anno in cui si è prodotto il reddito”.

L’utilizzo di questo metodo deve essere in ogni caso valutato con particolare attenzione, specie in considerazione del fatto che, qualora la previsione risultasse errata, l’Agenzia delle entrate applicherà la sanzione per insufficiente versamento (pari al 30 per cento), ferma restando la possibilità di regolarizzare spontaneamente il versamento attraverso l’istituto del ravvedimento operoso.

CEDOLARE SECCA: CASI PARTICOLARI
IPOTESI POSSIBILE SOLUZIONE
Esercizio dell’opzione per la cedolare secca nel 2018 Nessun acconto è dovuto per l’imposta sostitutiva 2018
Cedolare secca cessata nel corso del 2018 Applicazione del metodo previsionale, così da versare un acconto per la cedolare in misura ridotta (ovvero non versarlo affatto).

 

Le cause di scioglimento delle società di persone

L’art. 2272 c.c., dettato in materia di società semplici, prevede che la società si sciolga per il sopraggiungere di una delle seguenti cause:

1. decorso del termine;

Se alla scadenza del termine i soci proseguono nel compimento delle attività sociali, senza che alcuno di essi faccia valere l’avvenuto scioglimento, la società si intende tacitamente prorogata a tempo indeterminato.

2. conseguimento dell’oggetto sociale o sopravvenuta impossibilità di conseguirlo;

3. decisione unanime dei soci, salvo che il contratto sociale non preveda la deliberazione a maggioranza;

4. venire meno della pluralità dei soci, se nel termine di 6 mesi essa non venga ricostituita, nel qual caso lo scioglimento non opera immediatamente, ma solo dopo che siano trascorsi 6 mesi;

5. ogni altra causa prevista nell’atto costitutivo.

La s.n.c. (società in nome collettivo) e la s.a.s. (società in accomandita semplice), la cui regolamentazione, ricordiamo, richiama quella sulle società semplici, si sciolgono inoltre per le seguenti ulteriori ragioni:

  • fallimento;
  • provvedimento dell’autorità governativa nei casi stabiliti dalla legge.

La s.a.s. si scioglie anche per il venire meno di una delle due categorie di soci (accomandanti e accomandatari), salvo che, nel termine di 6 mesi, non ne venga ricostituita la pluralità.

Se vengono meno tutti gli accomandatari, la legge prevede che gli accomandanti possano nominare per la sola ordinaria amministrazione un amministratore provvisorio.

Le cause di scioglimento operano di diritto non appena si verificano e dunque producono immediatamente i loro effetti.

Gli effetti che ex lege sono connessi al verificarsi della causa di scioglimento sono i seguenti:

  • gli amministratori, sino all’adozione dei provvedimenti necessari per la liquidazione, possono compiere sologli affari urgenti;
  • salvo che il contratto sociale o i soci all’unanimità non provvedano diversamente, la liquidazione va svolta da uno o più liquidatori, anche non soci, nominati all’unanimità dai soci o, nel caso in cui vi sia disaccordo, dal Presidente del Tribunale su istanza di uno di loro;
  • gli amministratori devono consegnare ai liquidatori i beni e i documenti sociali e presentare il conto della gestione successiva all’ultimo rendiconto o bilancio; i liquidatori devono prendere in consegna i beni e i documenti e redigere, insieme agli amministratori, l’inventario dal quale risultino l’attivo e il passivo del patrimonio sociale.

In sintesi, la società deve cessare di operare e si apre la fase di liquidazione, nella quale i soggetti a ciò preposti, cioè i liquidatori, devono procedere a soddisfare tutti i creditori sociali, previa la dismissione del patrimonio sociale e, ove residuino beni, a suddividerli tra i soci.

 

Scioglimento per mancanza della pluralità dei soci

Il n. 4) del primo comma dell’art. 2272 c.c., dettato in materia di società semplici, trova applicazione anche alle società in nome collettivo (s.n.c.), in forza del richiamo contenuto nell’art. 2308 c.c., e alle società in accomandita semplice (s.a.s.), in forza dell’art. 2323 c.c.

Il contenuto della norma è chiaro e prevede che, una volta decorso il termine dei sei mesi previsto, il socio “superstite”, preso atto del verificarsi della causa di scioglimento, si trova di fronte alle seguenti alternative:

  • procedere alla cancellazione della società dal Registro delle imprese, previa liquidazione dei creditori, e, laddove dalla liquidazione residui il complesso aziendale, proseguire nell’attività come imprenditore individuale o
  • procedere alla trasformazione in un altro tipo di società in cui è ammessa la partecipazione di un solo socio.

Nella pratica non è inusuale che il socio “superstite”, nonostante l’avvenuto scioglimento determinato dalla decorrenza dei sei mesi, prosegua nella gestione della società, senza compiere alcun atto di liquidazione e senza provvedere alla cancellazione della stessa dal Registro delle imprese.

È bene ricordare che il mancato ripristino della pluralità dei soci è una causa di scioglimento, ma non determina l’estinzione automatica della società, potendosi quest’ultima verificare solo con la cancellazione dal Registro delle imprese.

La conseguenza sarà, in questo caso, l’esistenza di una società di fatto unipersonale che, oltre ad essere “precaria”, sarà soggetta ad un particolare regime di responsabilità per le obbligazioni sociali.

Sotto il profilo della responsabilità patrimoniale, si è osservato che le norme contenute negli artt. 2274 e 2279c.c., concernenti la violazione del divieto di compiere nuove operazioni posto a carico degli amministratori e dei liquidatori, non costituiscano un particolare deterrente nella fattispecie, considerato che il socio amministratore è già illimitatamente e solidalmente responsabile per le obbligazioni contratte dalla società.

Anche in caso di società in accomandita semplice (s.a.s.) rimasta con un solo accomandante, la prosecuzione dell’attività da parte di quest’ultimo avrebbe comunque prodotto la perdita della limitazione di responsabilitàai sensi dell’art. 2320 c.c., salvo il caso di nomina di un amministratore provvisorio, il quale comunque non avrebbe potuto esercitare tali funzioni per un periodo superiore a sei mesi, decorso il quale scatterebbe, in ogni caso, la responsabilità illimitata dell’accomandante superstite.

La prosecuzione dell’attività sociale, decorsi i sei mesi dal venire meno della pluralità dei soci, non sembrerebbe, quindi, ledere l’interesse dei creditori sociali, che sarebbero garantiti contemporaneamente nei propri diritti dal patrimonio della società e del socio stesso, e, pertanto, la continuazione dell’attività d’impresa da parte dell’unico socio sarebbe una scelta ammissibile.

Scelta ammissibile, ma, comunque, temporanea, in quanto la società sarebbe sottoposta a due rischi latenti:

  • il rischio di liquidazione derivante da un’azione esecutiva promossa dal creditore particolare del socio. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’art. 2307, terzo comma, c.c., prevede che, in caso di proroga tacita della società, il creditore particolare del socio possa chiedere la liquidazione della quota del suo debitore a norma dell’art. 2270 c.c., con il rischio che la richiesta si traduca nella liquidazione giudiziale della società;
  • il rischio della cancellazione d’ufficio da parte del Registro delle imprese. Infatti, l’art. 3 del D.P.R. 23 luglio 2004, n. 247, titolato “Regolamento di semplificazione del procedimento relativo alla cancellazione di imprese e società non più operative dal registro delle imprese”, stabilisce che il procedimento per la cancellazione della società di persone sia avviato d’ufficio quando il Conservatore del Registro delle imprese rilevi la mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine dei sei mesi.

Nel caso venga attivato il procedimento di cancellazione d’ufficio, a seguito del contraddittorio preventivo con l’amministratore della società, il socio superstite si troverà di fronte all’alternativa se:

  • proseguire l’attività sociale, eliminando la causa di scioglimento;
  • cancellare la società, assegnandosi l’azienda;
  • trasformare la società in un’altra forma giuridica che consenta la partecipazione di un unico soggetto.

 

Trasformazione o successione?

Il tema dell’ammissibilità della trasformazione di una società “unipersonale”, sia di persone, sia di capitali, in un’impresa individuale è argomento dibattuto e, ad oggi, pregno di contraddizioni.

L’opzione per la trasformazione consentirebbe al socio superstite che intenda proseguire l’attività come imprenditore individuale di continuare a gestire la medesima impresa, beneficiando del principio della continuità dei rapporti giuridici esistenti, senza essere costretto a passare dalla fase della liquidazione, con conseguente neutralità della vicenda sotto il profilo contabile e fiscale.

Il dibattito, molto acceso in dottrina, è stato recentemente rianimato dalla sent. 14 gennaio 2015, n. 496 , della Sez. I civ. della Cassazione, che ha sancito che il passaggio da una società ad un’impresa individuale non possa essere considerato una trasformazione in senso tecnico.

Secondo la Suprema Corte, infatti, la trasformazione in senso tecnico sarebbe caratterizzata dal passaggio da un “ente” ad un altro “ente”, mentre la cosiddetta prosecuzione di una società unipersonale in ditta individuale altro non sarebbe che uno scioglimento con contestuale assegnazione del patrimonio sociale all’unico socio, con salto totale della fase di liquidazione dell’attivo.

La Cassazione si è espressa con diverse sentenze sul tema della trasformazione, dichiarando l’impossibilità che una società in nome collettivo possa trasformarsi in ditta individuale.

La fattispecie non trova una specifica regolamentazione nel nostro ordinamento, ma, secondo la dottrina più accreditata, risulterebbe “possibile” trasformare la società in impresa individuale, essendovi un implicito riconoscimento per interpretazione analogica della norma, contenuta nel D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, che qualifica come trasformazione societaria il passaggio da società di capitali a comunione di azienda e viceversa.

Essendo tipicamente ammessa la trasformazione in e da comunione di azienda, pertanto con discontinuità soggettiva, non dovrebbe potersi impedire il passaggio da una società unipersonale ad un’azienda gestita da un imprenditore individuale.

La Cassazione a tale proposito argomenta l’inammissibilità della trasformazione da società unipersonale a impresa individuale sulla base della considerazione che la trasformazione, caratterizzandosi per il principio della continuità dei rapporti giuridici e contabili, integrerebbe una fattispecie di carattere eccezionale, quindi non suscettibile di interpretazione analogica.

Sul tema è intervenuta più volte anche l’Amministrazione finanziaria, che ha lasciato aperte diverse interpretazioni alla soluzione del problema.

Effetti giuridici della cancellazione della società

Se il tema della “trasformazione” risulta incerto, è ormai pacifico, invece, che la procedura di liquidazionedisciplinata dall’art. 2275 c.c. per le società di persone sia facoltativa e fungibile con altre forme di dismissione del patrimonio societario, anche non convenzionali.

La finalità della procedura liquidatoria, prevista dal nostro ordinamento, è dichiaratamente la tutela dei diritti dei creditori. Nel caso delle società di persone, ricordiamo, che la garanzia è assicurata ai creditori dalla perdurante responsabilità illimitata dei soci anche dopo l’eventuale chiusura o trasformazione della società e, quindi, la liquidazione diviene non più essenziale.

Pertanto, nella società di persone, i soci, o l’unico socio rimasto, pur potendo evitare la procedura formale prevista dal codice adottando il modo di liquidazione che ritengono più opportuno, ai sensi dell’art. 2280 c.c., hanno come obbligo di provvedere, comunque, a soddisfare i creditori socialiprima di procedere alla ripartizione del patrimonio sociale residuale.

Tale ripartizione può avvenire attraverso una divisione concordata o con l’assegnazione in comunione e, nel caso lo scioglimento abbia riguardato una società unipersonale, con l’assegnazione dell’intero patrimonio al socio superstite.

Nell’ipotesi in cui il socio superstite voglia continuare a gestire l’impresa nella forma della ditta individuale, la fase della liquidazione, secondo l’Amministrazione finanziaria, sarebbe sempre necessaria.

Secondo la risoluzione 3 aprile 2006, n. 47/E, nella fattispecie si instaurerebbe un rapporto di successione fra due soggetti distinti e ciò renderebbe indispensabile lo scioglimento preventivo della società e la conseguente liquidazione della stessa.

In ogni caso, la materiale divisione dei beni fra gli ex soci o l’assegnazione all’unico superstite dovrà, poi, essere formalizzata con un atto di assegnazione che produca l’effetto “giuridico” di trasferire i beni dalla società al socio, necessità che emerge, in particolare, quando il patrimonio sociale comprende anche beni immobili.

 

La presenza di immobili nel patrimonio societario

Lo scioglimento della società determina l’estinzione del soggetto giuridico e, pertanto, sotto il profilo soggettivo si verifica una sostituzione del soggetto titolare dei beni con altro soggetto, i soci.

Il problema non sembra di particolare rilievo nel caso di beni mobili e/o danaro o titoli, ma diventa di particolare interesse in presenza di beni immobili.

In passato la giurisprudenza, in presenza di beni immobili, aveva configurato la situazione di contitolarità dei soci che si viene ad instaurare all’esito della cancellazione come un fenomeno di tipo successorio.

L’instaurarsi del regime di contitolarità in quest’ottica porrebbe il socio nell’impossibilità di rinunciare all’assegnazione pro-quota, poiché il “diritto” discenderebbe dal fatto dell’essere stato socio al momento dell’approvazione del bilancio finale di liquidazione.

Tutto ciò potrebbe avere notevoli riflessi anche sul piano della pubblicità immobiliare; trattandosi infatti di un effetto, per così dire, legale, susseguente all’estinzione della società, esso non sarebbe oggetto di trascrizione, essendo possibile riferirsi, per ciò che attiene alla titolarità, alle risultanze storiche del Registro delle imprese al momento della cancellazione della società.

Se nel patrimonio della società sono presenti beni immobili, le imposte ipotecaria e catastale sono applicabili in misura proporzionale, essendo possibile ravvisare una fattispecie di assegnazione di beni immobili aziendali.

La necessità di garantire la continuità sul piano della pubblicità immobiliare e di evitare possibili comportamenti elusivi sul piano fiscale, determinati dalla difficoltà della ricostruzione “giuridica”, attraverso il sistema informativo offerta dal Registro delle imprese, induce a preferire comunque l’annotazione sui registri immobiliari e l’aggiornamento catastale.

La soluzione appare opportuna e, finanche, necessaria nel caso di società unipersonale, considerato che, nonostante in tale ipotesi non esista margine di scelta sull’individuazione dell’assegnatario del bene, resta ferma l’esigenza di disporre di un atto di origine che sancisca il diritto in capo al socio.

 

Effetti fiscali della prosecuzione in forma individuale della società unipersonale

Sebbene non richiamando l’istituto giuridico della trasformazione, l’Amministrazione finanziaria ritiene possibile la continuazione dell’azienda da parte del socio superstite ed ha regolamentato la fattispecie disponendone la neutralità fiscale.

L’Agenzia delle entrate, infatti, è intervenuta con la circolare 19 giugno 2002, n. 54/E, p. 5, precisando che “si è dell’avviso che lo scioglimento della società di persone a causa della mancata ricostituzione della pluralità dei soci non dia luogo ad alcuna emersione di plusvalenza imponibile in relazione ai beni oggetto dell’attività d’impresa, a condizione che il socio superstite continui l’attività sotto forma di ditta individuale e mantenga inalterati i valori dei beni”.

L’Agenzia delle entrate, con la circolare 30 luglio 2008, n. 329/E , ha precisato che, nel caso che il socio decidesse di non continuare l’attività d’impresa e destinasse i beni a finalità extra-imprenditoriali, l’operazione sarebbe soggetta ad imposta nei modi ordinari.

L’assegnazione dell’azienda al socio superstite non è soggetta a IVA, ex art. 2, terzo comma, lett. b), del D.P.R. n. 633/1972, e sconta l’imposta di registro in misura fissa, ai sensi della risoluzione n. 47/E del 2006 cit.

Per quanto concerne gli obblighi dichiarativi, la società, per il tramite dell’unico socio, dovrà presentare la propria dichiarazione dei redditi, modello Redditi Società di persone, relativa all’ultimo periodo d’imposta che va dall’inizio dell’esercizio sino allo scadere del termine civilistico dei 6 mesi per la ricostituzione della pluralità dei soci, oppure sino alla data in cui il socio superstite ha comunicato la propria decisione di sciogliere anticipatamente la società, senza attendere lo scadere dei sei mesi.

La dichiarazione dei redditi dovrà essere presentata nei termini ordinari di scadenza, in quanto la cessazione della società avviene senza che vi sia stata una formale liquidazione della stessa.

Il socio superstite dovrà dichiarare nel proprio modello Redditi Persone fisiche come ditta individuale il reddito d’impresa prodotto nella rimanente parte dell’esercizio, utilizzando, a seconda dei casi, il quadro RF, se in contabilità ordinaria, o il quadro RG, se in contabilità semplificata, nonché l’integrale reddito relativo all’estinta società di persone nel quadro RH.

Nel caso in cui dalla dichiarazione dei redditi della società emergesse un credito IRAP, inerente al periodo antetrasformazione, in virtù della neutralità fiscale dell’operazione, secondo la circolare 26 febbraio 2008, n. 13/E, l’imprenditore individuale lo potrà indicare nella propria successiva dichiarazione dei redditi, quale credito rinveniente dal periodo precedente.

Mentre gli obblighi dichiarativi ai fini reddituali trovano allocazione negli usuali modelli Redditi PF (persone fisiche) per la ditta individuale, e Redditi SP per la società liquidata, ai fini dell’IVA il modello sarà unificato e presentato dal socio assegnatario.

Per quanto riguarda gli obblighi dichiarativi, in tema di IVA sono previste specifiche modalità di compilazione e di presentazione della dichiarazione annuale.

Ai fini di tale imposta, infatti, si verifica un vero e proprio subentro da parte della ditta individuale nella posizione del soggetto che si estingue a seguito della stessa. Si delinea, in buona sostanza, una situazione di continuità che determina, in capo al soggetto risultante dall’operazione, l’obbligo di assolvere ogni adempimento IVAsuccessivo alla stessa.

Ne deriva che la dichiarazione IVA relativa all’anno d’imposta in cui ha luogo l’operazione dovrà essere presentata esclusivamente dalla ditta individuale costituita dal socio superstite e in essa dovranno essere riportate sia le operazioni dalla stessa effettuate, a partire dalla data della sua costituzione, sia quelle poste in essere dalla società di persone, fino alla data della sua estinzione.

La dichiarazione presentata dalla ditta individuale sarà costituita dal frontespizio, del modello IVA e da 2 moduli o intercalari:

  • il primo modulo conterrà le operazioni effettuate dalla ditta individuale, nonché le operazioni effettuate dalla società di persone nella frazione di mese o trimestre nel corso del quale è avvenuta la trasformazione;
  • nel secondo modulo saranno riportate le operazioni effettuate dalla società di persone dall’inizio dell’anno d’imposta fino all’ultimo mese o trimestre conclusosi prima della trasformazione. In questo modulo deve essere indicata, nel rigo VA1, la partita IVA del soggetto cui lo stesso si riferisce.

 

Nella circolare n. 18 del 19 novembre 2018, gli esperti della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro rispondono alle FAQ pervenute riguardo le novità legislative introdotte dal Decreto Dignità (L. N. 96/2018).

Distinzione tra proroga e rinnovo
La Fondazione Studi fa presente che costituisce “rinnovo” di un contratto di lavoro a tempo determinato la stipula di un contatto a termine rispetto al quale sia presente un precedente vincolo contrattuale, senza imporre l’indicazione di analogia di livello, qualifica o di altri elementi riferiti al precedente contratto e a prescindere dalla distanza di tempo intercorsa tra i contratti.

In particolare, viene esaminato il caso di un precedente contratto a tempo determinato di tre mesi trasformato, prima della scadenza, in tempo indeterminato cui siano seguite le dimissioni liberamente rese dal lavoratore. La Fondazione spiega che:

  • per proroga si intende il protrarsi nel tempo del medesimo contratto attraverso il rinvio di un termine o di una scadenza;
  • per rinnovo si intende la “rinegoziazione”, tra i medesimi soggetti, delle condizioni contrattuali, fermo restando il mantenimento della stessa categoria legale e mansione.

Appare dunque evidente che, nel caso di specie, si tratta di un rinnovo e che il precedente contratto deve essere tenuto in considerazione ai fini della durata massima di 24 mesi.
Con specifico riferimento alle attività stagionali, viene specificato che nel contratto di lavoro stagionale non trovano applicazione le disposizioni in materia di successione dei contratti che prevedono il c.d. “stop and go”. Più contratti stagionali possono dunque susseguirsi senza soluzione di continuità.

Causali e CCNL
È possibile stipulare un contratto di durata immediatamente superiore a 12 mesi ma, laddove il rapporto non sia di natura dirigenziale, è necessario introdurre da subito la causale.

Alcuni contratti collettivi prevedono ipotesi specifiche in cui non è necessario introdurre causali. Tuttavia, il testo normativo innovato dal Decreto Dignità non permette ai contratti collettivi nazionali di intervenire sulle causali, che rimangono comunque sempre obbligatorie.

Negli appalti privati, la determinazione dei trattamenti retributivi minimi da garantirsi ai lavoratori impiegati nell’appalto è affidata all’autonomia contrattuale collettiva, con possibili divaricazioni salariali, all’interno del medesimo appalto, tra i dipendenti del committente e quelli dell’appaltatore, le cui prestazioni possano apparire astrattamente omogenee o comparabili. Il legislatore al riguardo fa riferimento agli accordi e contratti collettivi nazionali nonché a quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Nuovi limiti di indennizzo
I nuovi importi delle indennità per i licenziamenti illegittimi si applicano a tutti i contratti a tutele crescenti e dunque a tutti i licenziamenti irrogati dopo l’entrata in vigore del decreto dignità, anche se nell’ambito di un contratto di lavoro risalente a prima dell’entrata in vigore del decreto stesso.

Altri chiarimenti
Nella circolare viene inoltre chiarito che:

  • non è previsto un periodo transitorio per il nuovo limite quantitativo legale del 30% in sommatoria tra contratti a termine e in somministrazione a tempo determinato. Tuttavia i contratti in corso alla data del 12 agosto 2018 e in eccedenza rispetto ai nuovi limiti continuano fino alla loro naturale scadenza;
  • i nuovi limiti e la maggiorazione contributiva sui contratti di lavoro a termine non trovano applicazione ai rapporti di lavoro tra i datori di lavoro agricoli e agli operai a tempo determinato, mentre si applicano ai rapporti a tempo determinato relativi a quadri ed impiegati del settore agricoltura.

La “Pace” fiscale è un maxi provvedimento che però sta perdendo alcuni “pezzi”. La notizia dell’ultima ora riguarda la dichiarazione integrativa speciale che, nella versione finale del Decreto Legge n. 119/2018, dovrebbe essere abrogata.

Invece tiene bene l’oramai collaudata rottamazione delle cartelle con l’aggiunta dello “stralcio dei debiti fino a 1.000 euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010”. In questo caso la novità è assoluta e può essere agevolmente spiegata. Presumibilmente, in considerazione dell’esiguità degli importi oggetto di riscossione, il costo delle azioni esecutive per il concessionario risulterebbe più elevato e per tale ragione il Legislatore ha decido di rinunciare alla riscossione.

La disciplina è contenuta nell’art. 4 del Decreto Legge collegato, la cui formulazione letterale non brilla per chiarezza. La data spartiacque è rappresentata dall’entrata in vigore del D.L. n. 119/2018 e quindi dai debiti residui al 24 ottobre 2018. Se il debito alla predetta data, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, non supera l’importo di 1.000 euro, il contribuente può fruire dello stralcio, in pratica può beneficiare dell’azzeramento della somma che non dovrà più essere versata al concessionario della riscossione.

La disposizione non menziona, al fine di verificare il superamento del limite di 1.000 euro, gli interessi di mora. Tuttavia il “silenzio” della norma deve essere interpretato come volontà del Legislatore di escludere dal computo tale voce di costo. D’altra parte lo stralcio riguarda debiti molto vecchi, relativi al periodo 2000 – 2010. Conseguentemente se il Legislatore avesse incluso nel limite di 1.000 euro anche gli interessi di mora nel frattempo maturati, lo “stralcio” avrebbe avuto una portata estremamente limitata. Gli interessi moratori sono le maggiori somme che maturano una volta spirato il termine entro cui effettuare il pagamento della cartella, cioè decorsi sessanta giorni dalla notifica della stessa. In molti casi tale voce di costo determina un incremento notevole del debito principale e quindi sarebbe stato facilmente superato il limite di 1.000 euro. Invece le sanzioni e gli interessi per ritardata iscrizione, avendo natura diversa, devono essere computati al fine di verificare il mancato superamento del predetto limite.

Il Legislatore non ha menzionato neppure l’aggio, cioè il compenso spettante al concessionario per la riscossione che, esattamente come gli interessi moratori, deve essere escluso per il computo del limite in rassegna.

La disposizione prevede lo “stralcio” dei debiti così composti, fino a 1.000 euro, “risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010 …”. Il problema, al fine di verificare il mancato superamento della soglia, è comprendere cosa si intenda per singolo carico. Il punto è stato affrontato dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 2 dell’8 marzo 2017 con la quale è stata fornita una definizione puntuale.

In particolare per “carico” si intende una singola partita di ruolo, ovvero l’insieme delle singole voci (tributo, sanzioni, interessi, ecc.) relative ad uno specifico debito del contribuente, partita che ai fini della rottamazione non può essere frazionata. Nell’ambito della rottamazione – ter, diversa dallo stralcio, il contribuente può scegliere se definire tutti o alcuni dei carichi e, per fruire dei benefici previsti dalla legge, una voltascelto il carico da rottamare, dovrà pagare tutti gli importi compresi nella partita di ruolo (ovviamente tranne sanzioni e interessi di mora).

Secondo il chiarimento fornito ed ora utilizzabile ai fini della disposizione che ci interessa, la partita è composta dal singolo tributo, dalle sanzioni, dagli interessi per ritardata iscrizione a ruolo e da eventuali altre voci. Conseguentemente se la cartella di pagamento, comprende più tributi, ad esempio il bollo auto e l’Irpef non pagata, la verifica dovrà essere effettuata con riferimento ai singoli tributi. Se ogni singolo tributo, aumentato degli interessi e della relativa sanzione non supererà la soglia di 1.000 euro, il debito sarà stralciato automaticamente, anche se la cartella, composta da più carichi, supererà la predetta soglia.

E’ essenziale che il contribuente sia in grado di monitorare la situazione e la possibilità di fruire dello stralcio. Infatti, diversamente, il contribuente interessato potrebbe comunque fruire della possibilità di definizione della somma affidata al concessionario della riscossione con la presentazione dell’istanza entro il 30 aprile prossimo. In tal caso resterebbero dovute le imposte, al netto degli interessi di mora e delle sanzioni secondo la disciplina prevista dall’art. 3 del Decreto Legge in rassegna. Invece, lo stralcio, se sussisteranno le condizioni per poterne fruire, opererà automaticamente a cura del concessionario.

Un contribuente, socio fondatore di una società a responsabilità limitata costituita a maggio 2017, a novembre 2017 cede tutte le quote e realizza una plusvalenza. Tale plusvalenza concorre alla formazione del reddito complessivo nella misura del 49,72 per cento del loro ammontare o nella misura del 58,14?

La plusvalenza che si genera dalla cessione della partecipazione è un reddito diverso di natura finanziaria.

Con l’art. 1, commi 999 e segg., della Legge n. 205/2017 (c.d. Legge di Bilancio 2018) il legislatore ha ridisegnato, al pari dei dividendi, il regime di tassazione relativo. Il fine, che si è posto il legislatore, era quello di estendere alle plusvalenze di natura qualificata l’imposizione sostitutiva del 26%, in luogo della tassazione con aliquote marginali IRPEF su una base imponibile ridotta (il 49,72% o 58,14 del reddito da tassare); a regime, quindi, le cessioni del 99% delle quote di una società e dell’1% residuo sconteranno lo stesso regime impositivo, caratterizzato dall’imposta sostitutiva del 26%.

Per quanto riguarda la disciplina delle plusvalenze, a differenza dei dividendi, cambia, tuttavia, l’ambito soggettivo. La norma sul capital gain (plusvalenze), infatti, non riguarda solo le persone fisiche non imprenditori, ma tutti i soggetti che, cedendo la partecipazione, realizzano un reddito diverso di natura finanziaria tassato secondo le regole degli artt. 67 e 68 del TUIR; limitando l’analisi ai soggetti residenti, sono tali anche le società semplici e gli enti non commerciali che non detengono le partecipazioni in regime d’impresa. Con riferimento, ad esempio, alle società semplici, esse dovranno quindi assolvere l’imposta del 26% anche sulle plusvalenze derivanti da cessioni di partecipazioni qualificate, e non più attribuire per trasparenza ai soci la parte imponibile della plusvalenza (49,72% o 58,14%), pur se determinata nel quadro RT della dichiarazione.

La seconda differenza rilevante riguarda la decorrenza della nuova norma, che interessa in questa sede. Le modifiche al regime dei redditi diversi di natura finanziaria si applicano, infatti, ai redditi diversi realizzati dal 1° gennaio 2019 e, quindi, non producono effetti immediati. Secondo un consolidato orientamento della dottrina, le plusvalenze si considerano realizzate nel momento in cui si perfeziona la cessione delle partecipazioni (è questo il momento che determina il regime impositivo applicabile), anche se poi il periodo d’imposta in cui la plusvalenza è tassata è quello in cui viene percepito il corrispettivo.

Quindi, se la cessione relativa alla partecipazione qualificata è stata effettuata entro il 31 dicembre 2017 ed entro tale data è stato percepito il corrispettivo, la plusvalenza rimane tassata nel limite del 49,72% (e viene tassata nel periodo d’imposta 2017); se, invece, la cessione è stata effettuata nel 2017 ma il corrispettivo viene incassato nel 2018, essa continua a scontare il “vecchio” regime impositivo, ma viene tassata nel 2018.

Qualora la cessione della partecipazione qualificata fosse avvenuta nel 2018 e nello stesso anno fosse stato percepito il corrispettivo, la plusvalenza sarebbe stata imponibile nel limite del 58,14% (e tassata nel periodo d’imposta 2018); se, invece, la cessione fosse stata effettuata nel 2018, ma il corrispettivo fosse stato incassato nel 2019, essa continuerebbe ad essere tassata nel limite del 58,14% del relativo ammontare, pur se nel 2019. I primi effetti delle nuove norme sono, quindi, posticipati alle cessioni di partecipazioni effettuate dal 1° gennaio 2019.

Per rispondere al quesito, dunque, dato che la cessione è avvenuta nel 2017, ed entro il 31.12.2017 si ipotizza sia stato percepito il corrispettivo, la plusvalenza va tassata al 49,72% (vecchie regole). Se, invece, il corrispettivo fosse stato incassato nel 2018, essa continuerebbe a scontare il “vecchio” regime impositivo, ma verrebbe tassata nel 2018.

Continua, naturalmente, a valere il principio contenuto nell’art. 68 comma 7 lettera f) del TUIR, secondo cui in caso di dilazione o rateazione del corrispettivo la plusvalenza viene ripartita in proporzione tra i periodi d’imposta di incasso delle somme, fermo restando che il regime impositivo (tassazione IRPEF nel limite del 49,72%, tassazione IRPEF nel limite del 58,14% o imposta sostitutiva del 26%) rimane “cristallizzato” in quello vigente all’atto della cessione.

 

Laddove una fattura emessa non preveda addebito o applicazione dell’IVA, se l’importo della fattura stessa supera euro 77,47 è dovuto il versamento dell’imposta di bollo, nella misura di euro 2,00 per ciascuna fattura.

L’imposta di bollo è quindi dovuta quando l’IVA non è presente in fattura, come nei casi di fatturazione di operazioni escluse dall’applicazione dell’IVA ai sensi dell’art. 15, D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (spese anticipate in nome e per conto); operazioni esenti ai sensi dell’art. 10, D.P.R. n. 633/1972 (quali ad esempio le prestazioni sanitarie e le provvigioni intermediari assicurativi e finanziari); operazioni fuori campo IVA per carenza del presupposto oggettivo, soggettivo o territoriale.

Inoltre, l’imposta di bollo è dovuta per le fatture di importo superiore a 77,47 euro anche con riferimento alle operazioni non imponibili. Posto che la fattura elettronica è obbligatoria solo nei confronti di soggetti residenti, stabiliti o identificati nel territorio nazionale il caso non dovrebbe occorrere per le esportazioni ed i servizi internazionali (a meno che il contribuente non decida di volontariamente emettere fattura in formato elettronico, seppure non obbligato, al fine di evitare la comunicazione delle operazioni transfrontaliere). Il caso ricorre invece certamente con riferimento alle fatture emesse a seguito di effettuazione di servizi connessi agli scambi internazionali ed anche per le esportazioni indirette o le cessioni effettuate verso esportatori abituali (che hanno presentato dichiarazione di intento).

Con la fattura analogica (cartacea) l’assolvimento dell’imposta di bollo avviene mediante apposizione della marca da bollo sull’originale della fattura stessa. Con l’avvento della fte, posto che la fattura è costituita da un insieme di dati, chiaramente tale apposizione “fisica” della marca da bollo non è più possibile.

Si rendono dunque applicabili le disposizioni del D.M. 17 giugno 2014, che riguardano l’assolvimento “virtuale” dei bolli dovuti.

In sostanza, l’imposta dovuta dovrà essere versata con modello F24. A norma dell’art. 6 del suddetto D.M. 17 giugno 2014, il versamento deve essere effettuato in un’unica soluzione, entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio fiscale, e non è necessaria alcuna autorizzazione preventiva (circolare Agenzia delle Entrate 14 aprile 2015, n. 16/E).

Concretamente, dunque, all’atto dell’emissione della fattura elettronica basterà segnalare che l’imposta di bollo è assolta virtualmente.

Entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio (e pertanto entro il 30 aprile dell’anno successivo in caso di esercizio coincidente con l’anno solare, oppure il 29 aprile nel caso di anni bisestili) occorrerà verificare quante fatture sono state emesse nell’anno precedente senza esposizione di IVA e di importo superiore ad euro 77,47.  Per ciascuna di queste fatture occorrerà versare la somma di due euro. Il versamento, cumulativo, dovrà essere effettuato tramite F24, indicando nella Sezione Erario il codice tributo 2501 (imposta di bollo su libri, registri ed altri documenti rilevanti ai fini tributari – art. 6 del D.M. 17 giugno 2014), e come anno di riferimento l’anno cui si riferisce il versamento.